L’Italia nel Pallone. La profezia trash di Martino

LOCANDINA“Allora Canà, come si sente?”, dice il Presidente della Longobarda e l’allenatore risponde “Come uno che ha mangiato una tonnellata e mezza di merda. E’ pesante da digerire”. Immenso Lino Banfi nel ruolo dell’allenatore Oronzo Canà immerso in un contesto calcistico a dir poco profetico. Siamo solo nel 1984, le prime condanne per “turbativa di risultato calcistico” sono ormai alle spalle con il Milan retrocesso (1970) in Serie B mentre Calciopoli è ancora lunga di lì a venire, ma Sergio Martino, grande artigiano del cinema italiano, getta uno sguardo impietoso sulla realtà del tifoso e del calcio tutto. Come la Longobarda, squadra immaginaria allenata dal protagonista, siamo nell’ambito del pieno cinema di Serie B che mai, come per L’Allenatore nel Pallone, trasfigura in Zona Cult. Martino scatta una fotografia di un’epoca talmente lontana da risultare estremamente attuale quasi a significare che nonostante il passare degli anni, l’Italia (non solo calcistica) non si è mossa di un passo. Tra camei straordinari come quelli dei fuoriclasse della Roma (1982) Pruzzo, Ancelotti, Chierico, Graziani e il fenomeno fiorentino Giancarlo “Picchio” De Sisti, Oronzo Canà sgomita in un mondo da macchietta tragicomica in cui si riversano tutte le sue doti di mediocre allenatore. Mitica la BI-Zona (Modulo 5-5-5!) con cui l’allenatore emula il gioco di squadra dei grandi prediligendo il confondere l’avversario in barba alla vera tattica (“Mister, che si gioca in quindici?” “No. Sono sedici, perché ti sei dimenticato il portiere”). Lino Banfi dà vita ad un personaggio da antologia, a un perdente in grado di vincere e sovvertire i giochi oscuri di cui l’ambiente calcistico si fa portavoce. A fargli da spalla grandi caratteristi dell’avanspettacolo degli anni ’80, tra cui ritroviamo Giuliana Calandra, Mara la moglie di Oronzo (mitica la battuta giocata sulla storpiatura Mara Canà!), Gigi Sammarchi e Andrea Roncato rispettivamente nei ruoli di Giginho e Andrea Bergonzoni, due imbroglioni in odor di “scopritalenti”, Camillo Milli nei panni del Presidente della Longobarda Borlotti e Urs Althaus in quelli del fuoriclasse Aristoteles. Il film è campo aperto per il fuoriclasse Banfi che si cimenta in tutto il suo repertorio comico/pugliese riuscendo a centrare numerosissime gags (tra tutte l’operazione all’ernia in Brasile per mano del Dottor Socrates Abelardo Torres [al secolo Gino Pagnani]) e muovendosi nel magnifico montaggio elaborato da Eugenio Alabisio il quale miscela le sequenze del film con le bellissime immagini di repertorio calcistico di quegl’anni. A suggellare il successo della pellicola vi è poi la fantastica colonna sonora elaborata dai fratelli Guido e Mario De Angelis (al secolo gli Oliver Onions) che galvanizzano la comicità del protagonista e al contempo rendono giustizia alla potenza delle suggestive immagini degli spalti. Esaminato oggi, il film di Martino merita una rivalutazione in onore di quella serie B a cui, vanamente, ambiscono molti filmakers di oggi. Già, perché un tempo, la Serie B cinematografica era sinonimo di grande artigianato che era consequenziale al low budget e alla grande inventiva che da quest’ultimo ne doveva per forza derivare (cosa non successa allo stesso Martino per il seguito L’Allenatore nel pallone 2 del 2008). Il film, oltre a essere entrato di diritto in zona Cult Movie, resta una tappa fondamentale del Trash in cui però tutto si conclude con una grassa risata, ma a denti stretti a causa di un masticare molto amaro quella che in fondo è la verità che oggi viviamo. La tifoseria, il calciomercato e le speranze sociali riversate in un pallone sono la spina dorsale di un sistema becero e idiota. Banfi  non pontifica, ma insegna: “Mi avete preso per un coglione?” e i tifosi rispondono “No, per un eroe!”. Sintomo di una realtà, quella calcistica, in cui i due aggettivi tendono sempre più a diventare sinonimi.
Alessandro Amantini

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