Il difetto di non osare. Scusate se esisto

No, stavolta non ci siamo. La premiata ditta (e coppia anche nella vita) Riccardo Milani e Paola Cortellesi stavolta non fa centro. E nonostante un Raoul Bova e un Marco Bocci esilaranti nel ruolo di una coppia di amanti omosessuali, un cast di co-primari in grande spolvero (bravissimi Lunetta Savino – per una volta valorizzata nell’interpretazione e non imprigionata nell’eterna Cettina di Un medico in famiglia –  e Ennio Fantastichini irritante, subdolo e stronzissimo capufficio della Cortellesi) e  un insieme di trovate riuscite (fantastica la gag del collegamento web tra Bova e Fantastichini con elementi di disturbo improvvisi e bizzarri), stavolta non va. Cosa non va? La banalità della sceneggiatura. Le trovate ci sono, la storia anche reggerebbe, però Scusate se esisto (2015) non ci dice niente di nuovo. Serena Bruno (la Cortellesi) è una ragazza nata ad Anversa (in Abruzzo, non in Francia), architetto brillante che a Londra riesce ad esprimere il meglio delle proprie capacità, con uno stipendio ottimo, una vita appagata, ma tanta solitudine. E per questo decide di tornare in Italia per esprimersi al meglio anche nel proprio paese, ma l’impatto sarà devastante ritrovandosi improvvisamente precaria, in una mansarda (che di fatto è una soffitta non accogliente) in affitto, costretta ad arrotondare con lo stipendio da cameriera presso il pub di Francesco (Bova) di cui si innamora, scoprendo successivamente che è omosessuale. Ma sarà proprio Francesco ad aiutarla a vincere un appalto per la riqualificazione di un’area periferica della città poiché lei si spaccerà per la segretaria di lui che diventa improvvisamente l’architetto Bruno Serena (perché si sa che gli uomini hanno una spinta in più rispetto alle donne). La sintesi è volutamente superficiale, ma non è un vizio di chi scrive bensì un difetto di chi ha realizzato il film, che è proprio così, superficiale. La sinossi fatta rappresenta situazioni che nulla aggiungono a quanto l’italiano già non sappia. D’accordo, carina la caratterizzazione della Cortellesi che, dove la metti, sta sempre bene grazie alle sue indiscusse capacità interpretative, carina l’intuizione di trasformare due sex symbol italiani in una coppia omosessuale, carina la psicologia di tutti i personaggi di non essere sé stessi e di dimostrarlo soltanto dopo la gravissima ingiustizia subita da Serena nel perdere l’appalto soltanto per aver svelato la verità e aver mandato a quel paese il proprio caposquadra, ma il resto è storia. Conosciamo bene la realtà italiana, così come conosciamo bene l’assioma per cui nel nostro paese il merito e il curriculum non contano se non hai una spinta forte alle spalle. E conosciamo bene la realtà delle donne che fanno sempre fatica a inserirsi nel mondo del lavoro solo perché tali, nonostante lo meritino, magari, più di tanti altri loro coetanei uomini. Conosciamo tutto e apprezziamo anche il tono leggero della commedia, lo stemperare i toni in un momento davvero difficile per la nostra nazione dove il livello di disoccupazione giovanile è al di sopra della media e dove anche i cinquantenni perdono il lavoro. Però, quello che manca al film, è una sana denuncia. Non si spinge volutamente sull’acceleratore, i toni restano sempre molto blandi, il finale coraggioso dove Serena rinuncia al suo sogno per mantenere la propria dignità di donna e professionista è un bellissimo inno alla ribellione e all’affermare finalmente i propri diritti sul lavoro, ma non è reale. Perché tutti vorrebbero essere al suo posto, ribellarsi e mantenere la propria dignità, ma l’ambiente lavorativo, il bisogno e la situazione in cui viviamo, purtroppo, non ce lo consentono. Scusate se esisto, quindi, è una commedia gradevole che ha il pregio di essere costruita sui tempi e sui ritmi dell’amata serie televisiva Tutti pazzi per amore di cui Milani è stato regista creando un nuovo stile narrativo e una nuova forma di comunicazione visiva (montaggio sincopato, stati d’animo dei protagonisti espressi attraverso le canzoni, situazioni surreali e personaggi sopra le righe), ma ha il difetto di non prendersi troppo sul serio. Difetto, questo, che per altri film è un pregio, ma non in questo caso. Osare di più, soprattutto in questo momento, sarebbe davvero coraggioso. Speriamo che i cineasti italiani lo facciano presto.
Giorgia Amantini