Che fossimo sulla buona strada? Fieri di essere Confusi e felici

Con Confusi e felici (2014) Massimiliano Bruno si conferma regista esordiente di grande talento. Esordiente per modo di dire, visto che già con Nessuno mi può giudicare (2011) e Viva l’Italia (2012), aveva sbancato al botteghino con il suo stile dolce amaro che ricalca, seppur ancora lontanamente, la cara vecchia commedia all’italiana. Massimiliano Bruno, come il suo collega Edoardo Leo, da tre anni circa a questa parte si sta togliendo di dosso il cliché di meteora televisiva per affermarsi fortemente nel panorama cinematografico italiano. Sia Bruno che Leo, infatti, hanno molta fiction e molto teatro alle spalle, ma hanno il pregio di aver investito i proventi delle comparsate televisive in progetti interessanti e innovativi, sopratutto per il momento drammatico che il cinema italiano sta vivendo. Con Confusi e felici, infatti, il regista, supportato come sempre da un cast di attori valido, ci dà l’occasione per riflettere, sorridendo, sul dilemma che da secoli affligge l’umanità: la felicità esiste davvero? Tema portante del film, infatti, è proprio la conquista della felicità. La vita di Marcello (il solito affidabile Claudio Bisio), psicanalista, viene sconvolta quando scopre di avere una malattia degenerativa agli occhi che lo porterà alla cecità. Deciso, quindi, ad abbandonare tutti i suoi pazienti molla il lavoro e, come prevedibile, si rinchiude in casa nell’attesa che la malattia faccia il suo corso. Ma ciò che non prevede è la reazione dei pazienti medesimi. Nazareno (un Marco Giallini sempre più eccezionale e divertente), piccolo spacciatore di droga con figlio segreto a carico, Vitaliana (una Paola Minaccioni irresistibile), ninfomane fissata con i capezzoli degli uomini, Enrico e Betta (un Pietro Sermonti e una Caterina Guzzanti esplosivi come ai bei tempi di Boris), coppia in crisi sessuale a causa della dipendenza digitale di lui, e Pasquale (Massimiliano Bruno che prontamente fa da spalla ai suoi protagonisti), quarantenne mammone e vergine dal complesso di Edipo, infatti, non gli daranno tregua e cercando di risolvere i propri problemi e complessi riusciranno, involontariamente, a risolvere i problemi e i complessi di Marcello, accompagnandolo con serenità incontro al suo destino. A questa squadra di squilibrati, poi, si aggiungono Silvia (un’Anna Foglietta sempre più brava e intensa soprattutto nei ruoli drammatici), segretaria di Marcello, innamorata di lui, che gli resterà accanto fino alla fine e Michelangelo (un Rocco Papaleo eccezionale nei suoi disturbi compulsivi), paziente di Marcello, affetto da depressione dopo il tradimento della moglie con un tedesco e per questo avverso a tutto ciò che è originario della Germania. Il pregio di Bruno sta nel sapersi porre dietro la macchina da presa con uno sguardo disincantato, puro, leggero, ma allo stesso tempo duro e realistico quando le avversioni della vita si fanno largo, stravolgendola. E l’accompagnare Marcello nell’irreversibilità della sua malattia fino alla cecità con l’ironia e il divertimento tipico di chi non ha nulla da perdere è quello che ci è piaciuto di più di tutto il film. I problemi di ogni personaggio si risolvono, come sempre, nel saperli affrontare insieme, nel confronto con quelli degli altri, nella capacità di chiedere involontariamente aiuto agli altri che condividono lo  stesso tormento esistenziale. E quando il problema di Marcello emerge, tutti sono pronti a far da parte i propri di fronte alla gravità di quelli dell’amico. Tutto questo viene raccontato con grazia e garbo fino alla fine dove, finalmente, la fine non è lieta. La cecità di Marcello sarà permanente, ma nella cecità avrà tutto quello che prima, da vedente, non aveva: gli amici, il rapporto con la figlia lontana, l’amore. Oltre al cast e al tocco registico, merita una menzione anche la sceneggiatura di Massimiliano Bruno stesso e di Edoardo Falcone, che rendono il film gradevole, oltre per l’impianto narrativo, anche per delle scene che potremmo tranquillamente considerare già da adesso come dei piccoli cult. Una su tutte, la serenata improvvisata dal milanese Marcello per Silvia, con l’aiuto di Nazareno, i testi di Pasquale e l’apporto musicale del trio delle meraviglie Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri che la trasformano in una stornellata improbabile. Funzionano, quindi, i tempi comici, i ritmi tra gli attori e le storie parallele ognuna delle quali è co-protagonista delle altre senza sovrastarle. Ci permetta Bruno un piccolissimo, minuscolo paragone. Intendiamoci, non ce n’è per nessuno in quanto stiamo per dire, però l’incipit iniziale (lo psicanalista che abbandona i pazienti e la loro reazione) ricorda un po’, ma solo un po’, davvero un po’ Ma che colpa abbiamo noi di Carlo Verdone, dove lì, però, è la psicanalista a morire durante una seduta e i pazienti a radunarsi per fare auto-analisi. Anche lo sguardo sui personaggi, lo stile narrativo e l’impronta dolce amara del film ricordano un po’, ma solo un po’, davvero un po’ il cinema di Carlo Verdone (ultimo baluardo della vera commedia all’italiana), elementi che non sono difetti, ma pregi. Nessuno emula nessuno, ma se lo si fa e dal tentativo di emulazione si fa tesoro di quanto appreso, allora non si può che imparare e migliorare, fino ad ottenere uno stile proprio. Ciò che ci  fa sperare di essere sulla buona strada, quindi, è che le opere di Bruno e di Leo (per fare un paio di esempi) sono opere mature, che non hanno paura di raccontare la quotidianità senza farcirla per forza di ciò che si aspetta lo spettatore. E questo è il pregio più grande che uno sceneggiatore possa avere, quello di non distogliere mai l’attenzione sulla coerenza della storia, anche a scapito del lieto fine. A meno che non si  voglia raccontare una favola. Ma lì, è tutta un’altra cosa.
Giorgia Amantini

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