Quando un film non è una serie TV. Ogni maledetto Natale

Una domanda ci viene in mente ancor prima di vedere Ogni maledetto Natale (2014): perché far recitare Alessandro Cattelan? Considerato a detta di molti (?) la nuova promessa della conduzione televisiva (??) – sempre  se possiamo ritenere X Factor un programma da condurre – insieme a Francesco Facchinetti (???), perché sorbircelo anche al cinema? Non ce ne vogliano i suoi estimatori (????), però se televisivamente parlando qualcuno ha intravisto delle potenzialità, a livello cinematografico spero resti la sua prima e ultima interpretazione. Il cinema non è televisione, ma nessuno in questo progetto sembra averlo capito. Non lo hanno capito i registi, Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo non a caso registi anche di Boris – Il film tratto dall’omonima serie televisiva di successo. E non lo hanno capito, con grande dispiacere della sottoscritta, nemmeno gli attori. Vedere Francesco Pannofino, Laura Morante, Valerio Mastrandea, Marco Giallini, Andrea Sartoretti, Caterina e Corrado Guzzanti e Stefano Fresi sprecarsi in questo modo ci fa gridare vendetta. Passi per l’esordiente e sempre cinematograficamente scialba Alessandra Mastronardi (che il meglio di sé, Cesaroni inclusi, lo dà artisticamente parlando nelle fiction televisive) e, appunto, per l’inespressivo e irritante Cattelan, ma per il resto no. Ciò che non funziona, proprio perché siamo di fronte all’applicazione di un metodo recitativo e di scrittura prettamente televisivi, è la storia che ha uno spunto teatrale molto valido, ma che non riesce a centrare l’obiettivo finale. Lei e lui (Giulia e Massimo) si incontrano, è amore a prima vista e lei gli chiede di passare il Natale con la sua famiglia in un paesino sperduto del Viterbese. Lui, titubante per la festività, accetta con riluttanza e conosce la famiglia (rozza e allo stato brado) di lei la sera della vigilia. E lei, per un equivoco, durante il pranzo del 25 Dicembre conoscerà la famiglia (ricca e snob) di lui, scoprendo risvolti inaspettati per lei, ma non per lo spettatore che si aspettava già tutto tranne l’espediente teatrale. L’idea, infatti, che tutti gli interpreti (protagonisti esclusi) recitino doppi ruoli – seppur diversamente gemelli riguardanti la parentela sia di lui che di lei – è davvero molto creativa e il cast scelto per poter affrontare una scelta del genere è perfetto. Perfetto Pannofino nei panni del rozzo Aldo e del sofisticato Marcantonio, perfetta la Morante nel doppio ruolo della consorte Maria e Ludovica (quest’ultima impegnata con la beneficenza ipocrita tipica dell’alta borghesia), perfetto Mastrandea in quelli di Tiziano (fucile alla mano e canotta impiastrata ne fanno un vero simbolo del film) e del pio e casto Baldovino, perfetto Giallini nei panni del depresso zio Fano dalla pistola sempre pronta e in quelli del menefreghista e cinico Silvestri, perfetti i fratelli Guzzanti che a livello recitativo ricalcano le macchiette televisive che hanno contribuito a creare il loro successo (vedi lui nei panni del filippino di casa o in quelli di Sauro che ricorda molto il Mariano di Boris), perfetti Fresi e Sartoretti, con ruoli più marginali, nei panni dei fratelli scemi di lei e in quelli di due poliziotti chiamati a indagare sul suicidio di un filippino nella villa di lui.  Però, a fronte della perfezione dell’idea teatrale, tutto il resto è confuso. È confusa la sceneggiatura, che è solo un pretesto per portare in scena personaggi estremi e sopra le righe ben interpretati. È confuso il messaggio di denuncia sul Natale, stavolta non riguardante il consumismo, bensì le due facce di una famiglia qualunque, quella di lei e quella di lui, specchio della stessa società malata. Perché nella famiglia troglodita di Giulia si mangia come maiali, si va a caccia di cinghiali, si gioca a carte menando le mani, si festeggia con le pistole e si vuole candidare la propria figlia come sindaco del paese perché laureata e di belle speranze, mentre nell’ambiente altolocato di Massimo, morto suicida un filippino, il dilemma è se fare o meno il pranzo di Natale, tra beneficenza di facciata e un occhio ai risultati economici dell’azienda di famiglia dove tutti vogliono fregare tutti nel classico cliché dei parenti serpenti. Tutto questo lo capiamo e ammiriamo anche il coraggio di un esperimento del genere, però non ci siamo. La tv prestata al cinema, se gli esiti sono questi, risulta essere non innovativa ma disturbante, dando l’impressione di un’occasione sprecata per tutti e ricordandoci che forse gli sceneggiatori cani (tra i personaggi più ammirati e riusciti di Boris la serie) forse stavolta si sono imbarcati in un progetto che fa acqua da tutte le parti. Un progetto che se proposto in TV, forse, poteva risultare vincente, ma al cinema necessita di una spinta ulteriore. Stesso peccato di presunzione commesso, non a caso, per Boris – Il film dove anche lì funzionavano i meccanismi collaudati della serie insieme ai nuovi personaggi inventati, ma il ritmo televisivo contribuiva a uccidere quello filmico, dimostrando che il cinema non è televisione e facendo emergere tutti i limiti che essa possiede nei confronti della Settima Arte. Una bella idea sprecata, purtroppo, in un brutto film dove salviamo soltanto la teatralità: dei personaggi, della storia, del surrealismo che la pervade e dell’originalità che poteva essere uno spunto per qualcosa di buono. Che invece è rimasto tale solo nelle intenzioni. Peccato.
Giorgia Amantini

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