ACT 1: Relapse Of Reason – C.I.T.A. Caught In The Act

Disco ormai lontano nel tempo, questo ACT 1 – Relapse Of Reason (1995) rappresenta la vetta (targata Empire Records) nella breve  produzione dei C.I.T.A. abbreviazione di Caught In The Act, gruppo tedesco capitanato dal vocalist Danny Martinez al cui seguito ritroviamo Antz Trujillo (chitarra, pianola e voce), Troy Benson (batteria, percussioni e voce) e Joe Marone (Basso e voce). Quello che viene proposto è un progetto robusto, un’opera impeccabile dal punto di vista tecnico. Dodici tracce dal riversamento digitale estremamente curato e in grado di rendere di alto livello l’ascolto. Passando al lato artistico i C.I.T.A. propongono un rock progressive con contaminazioni Metal e Rock stile  Anni80 che si possono avvertite soprattutto nel massiccio uso di canti e controcanti praticamente presenti in quasi la totalità delle tracce. Si parte con Everytime (I Close My Eyes) introdotta da un basso che deflagra in poco tempo in un riff di chitarra che accompagna la prima prova vocale dei quattro. Il ritmo diventa sincopato alternando giochi drums con percussioni, quasi a remare contro la chitarra e il basso che comunque rimangono protagonisti del pezzo. Questa prima traccia mette subito le cose in chiaro, facendo comprendere quanto il quartetto abbia assimilato la lezione del progressive rock, strizzando decisamente l’occhio al sound dei Dream Theater. Forti, infatti, sono le influenze delle memorabili esecuzioni di Images And  Words (1992), su tutte Sorrounded, mitica rock/speed ballad. L’ascolto di Relapse Of Reason  continua con Through The Years in cui come un fulmine a ciel sereno piomba il distorsore vocale tipico degli migliori Bon Jovi (di cui ricordiamo il mitico incipit di Livin’ On A Prayer) con cui assistiamo a una sorta di reloaded del buon vecchio Rock in puro stile Hair con tanto di assoli di chitarra e virtuosismi alla batteria di un Benson in forma straordinaria, in grado di catturare letteralmente l’ascolto senza scendere a compromessi e regalando una degna culla ritmica ai controcanti eseguiti da Martinez e Trujillo.  Lasciata da parte la nostalgia Eighteen, si viene catapultati in Relapse of Reason (title track) in cui si parte subito alla grande con un Rock sempre in bilico tra il melodico e l’elaborato, creando un perfetto connubio tra sonorità di derivazione sinfonica e puro Metal. Immancabili anche qui le voci del quartetto che, però, vengono relegate a semplice accompagno nel reprise della traccia. Finale a batteria lanciata verso un silenzio improvviso il quale lascia quel poco respiro che rimane per accogliere la malinconica Two Hearts che, nonostante il forte debito a Still Loving You dei connazionali Scorpions, conserva una propria personalità lasciando di nuovo alla batteria il compito di modellare una sinfonia lontana e mitica che rende l’ascolto estremamente rilassante, rivelandosi aderentissima alla bellissima esecuzione alla chitarra di Trujillo. Il basso di Marone, sempre presente, rende bene la dimensione drammatica del pezzo, mentre la  voce di Martinez fa il resto e ci culla per poi farci risvegliare nella successiva These Eyes con un intro da manuale che vede l’esecuzione a cappella di Martinez creare il vuoto destinato ad accogliere l’esplosione della batteria con innesco di basso e chitarra sempre pronti a prendere il via appena possono. Il ritmo ritorna al tipico rock sound Anni 80, a la componente progressive ancora una volta fornisce un imprinting all’esecuzione dando vigore alla  partitura e regalando momenti di alto virtuosismo. Al sesto posto troviamo la seconda ballad di questo Act 1, No Heroes. La traccia rimane nella memoria per il felice connubio tra le percussioni di Benson, quasi esotiche, e il basso di Marone. Eccezionale la voce di Martinez che canta come se fosse l’ultima volta, accompagnato dai controcanti dei compagni e con la chitarra avvolgente come una spirale. I “non eroi” si cimentano in una supplica mistica influenzata da atmosfere cyberpunk. Secondo chi scrive, la traccia è il vero capolavoro dell’album, una perla di rara bellezza. Il sogno si spegne al cospetto di Stand Or Fall, settima traccia con cui i C.I.T.A. rendono omaggio a Portnoy e compagni gettando a terra il tappeto di benvenuto al Classic Progressive in modo definitivo. La traccia si differenzia dalla classica rock ballad per la presenza di ritmi sincopati che vengono resi meno marcati dalle prodezze melodico/vocali del quartetto. Tutto tace d’improvviso e una segreteria telefonica annuncia una serie di messaggi alla fine di cui il progressive promesso viene mantenuto con il deflagrare della stupenda Steal Another Fantasy in cui a farla da padrone sono le tastiere di Trujillo che portano l’ascolto verso una dimensione parallela, fatta di melodia interrotta improvvisamente da incursioni nel sintetizzatore e chitarra che rendono discontinua l’esperienza sonora dando giustizia al puro esercizio di stile. Canti e controcanti sempre in prima linea per regalare ancora sogni su di un mare di incertezza melodica sempre in bilico tra calma piatta e calma apparente. Arrivando verso la fine del progetto Martinez & Co. ci regalano The Fall, traccia che sembra creare una momentanea inversione di rotta. Sempre mantenendo fede al Progressive, i C.I.T.A. si lasciano andare al vocals spinto ai massimi melodici creando una musica relegata al semplice accompagno. Sembra quasi di assistere ad una trasfigurazione verso il Pop, ma il “pericolo” viene scongiurato dal ritorno al fulmicotone della successiva Who Will You Run To dal ritmo un po’ “ruffiano” ma sempre di stile. Il Progressive lascia di nuovo terreno all’Hair Metal puro con una esecuzione tipica dei pezzi che ti fanno alzare la mano e saltellare a ritmo di drums. Molto bella melodicamente, Who Will You Run To è fortemente debitrice alla The Final Countdown degli Europe, mantenendone però il distacco e situandosi in una zona di mezzo che delinea ancora derivazioni progressive. Il suono meno Eighteen e più metallico rende l’ascolto diverso da quello riservato a Tempest & Co, anche se l’assolo di chitarra di Trujillo lascia pochi dubbi a creditori. La penultima fatica dei C.I.T.A. ripaga le attese dell’ascolto. La bellissima Changes, infatti si presenta da subito maestosa con l’esplosione di chitarra in barba all’intro classic-piano eseguito da Trujillo. Ritmo lento e triste, rendono questa terza ballad dell’album, l’inno alla loro originalità con una strizzata d’occhio allo stile Enuff Z’Nuff di cui viene ripresa la melodia di pezzi come Mother’s Eyes e Fly High Michaelle. Bellissima oltre ogni modo, la traccia lascia il passo alla chiusura che trova la sua catarsi in Silent Soldier, pezzo interessante in quanto frutto di una sperimentazione forse inseguita per tutto l’album e finalmente raggiunta. Quando si dice “meglio tardi che mai”.  Ritmo sincopato e cattivo per una chitarra che prende fuoco. Batteria a inseguire di continuo la voce di Mendez fino alla fine. Pezzo sentito e originalissimo che rende degna conclusione all’intero progetto. Come porsi di fronte a ACT 1 – Relapse Of Reason? Non senza forti dubbi, ma constatando che il Rock non è defunto. Purtroppo il progetto è stato una meteora in quanto i Caught In The Act si sono sciolti nel 1998 (dopo molti riconoscimenti e due album all’attivo come Heat Of Emotions e Live Over Germany) per dare vita al progetto Guild Of Ages in cui della vecchia band ritroviamo solo Danny Martinez e Anthony Trujillo, i quali hanno ripreso quasi totalmente lo stile del precedente combo realizzando l’album d’esordio One, con esiti felici ma pur sempre minori dei precedenti lavori. ACT 1  Relapse Of Reason rimane comunque una tappa fondamentale per comprendere il cambiamento nella scena rock (soprattutto quella tedesca), ma anche per tirare le somme su quanto un gruppo possa spingersi oltre senza incappare nella trappola del plagio artistico o in quella del mero esercizio di stile. Per chi scrive, un album degno di nota da scoprire o rivalutare. Progetto estremamente interessante per i fan del Rock/Progressive ma non solo. Piccola curiosità: la tracklist originale e corretta è quella esaminata nella presente recensione. La cover del CD (ormai raro e reperibile solo nei circuiti di vendita tedeschi) riporta la lista delle tracce parzialmente errata (come riscontrabile nella seconda foto) nella denominazione. Inizialmente ciò portò molta confusione per i fan, ma facendo attenzione, si comprende subito l’errore in quanto in ogni pezzo viene citato il titolo di quello giusto inducendo al dubbio l’ascoltatore.
Alessandro Amantini

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