Il passo silenzioso della vita. Eroi italiani al cinema

“Si viene uccisi quando si è lasciati soli. Siamo stati vicini a una svolta epocale e ci siamo arresi”. Parole che tuonano drammaticamente, quelle pronunciate dal giudice Giovanni Falcone e riprese nell’ impeccabile interpretazione di Michele Placido nel film Giovanni Falcone (1993) di Giuseppe Ferrara. Già, la svolta epocale di cui si parla è quella che avrebbe sancito la fine dei rapporti Stato/Mafia di cui tutti i telegiornali di oggi parlano fino allo sfinimento, creando quasi una sorta di mantra per colmare dei vuoti di servizio. Ma all’epoca (siamo nel 1992) gli uomini dello Stato ci credevano davvero e, forse, è stato proprio questo concetto di vita onesta a sancirne la fine relegandoli a semplici icone da attaccare nei quadri in qualche comizio o semplici nominativi a cui dedicare aule di tribunale o strade. E’ ovvio che il ricordo deve rimanere vivo, ma quello che ci si domanda è nella mente di chi?. Delle nuove generazioni? Alle quali l’informazione viene somministrata attraverso un processo di filtraggio e manipolazione pari ad una scellerata dittatura tele/tecnocratica? Per fortuna, come risposta alla sempre crescente ignoranza storica, c’è un manipolo di “cine-eroi” che non si arrendono. Sono registi quali Giuseppe Ferrara, Marco Risi, Marco Tullio Giordana, Roberto Faenza, Gianluca Maria Tavarelli e via elencando. Grazie a questi registi abbiamo ereditato un “cine-bignami” della storia (vera) ormai persa nei meandri di decenni finiti nel dimenticatoio. Lontani anni luce dal registro registico di capolavori come Le mani sulla la città del maestro Francesco Rosi, questi autori hanno saputo dare una rilettura, e una nuova voce, a tutta quella parte d’Italia che era stata messa a tacere da poteri onnipresenti, subdoli e occulti, rivendicando la dignità e la coscienza di un’intera nazione. Potremmo dire che il primo vivido esempio viene rappresentato proprio da Giovanni Falcone, film testamento di Giuseppe Ferrara che, nonostante alcune esasperazioni sensazionalistiche, sferra un durissimo colpo a quello Stato nello stato delle cose. Quelle che si pensa non possano cambiare mai. Il film alla sua uscita creò scalpore, tanto che in una famosa scena Giancarlo Giannini (che nel film interpreta Paolo Borsellino) subisce una audio-censura in quanto fa il nome e cognome di una personaggio pubblico realmente coinvolto nelle indagini che il Pool Antimafia di Falcone stava conducendo su Cosa Nostra. Il film di Ferrara entra a gamba tesa in un periodo di nervi scoperti, dove la tensione si tagliava col coltello dato che ci si trovava in un momento di ricostruzione della Prima Repubblica ormai crollata definitivamente sotto i colpi sferrati dal processo Tangentopoli guidato dall’allora PM Antonio Di Pietro. Ferrara gira con mano sicura, senza remore, una cine-enciclopedia di 120 minuti in cui si riassumono, in modo diretto, le cause e le concause dell’annientamento della dignità umana. I due protagonisti sono cadaveri che camminano il cui status vivendi viene definito da un’escalation, continua e impietosa, di vuoto che tutto intorno si crea fino a dare sfogo alla tristemente nota deflagrazione dinamitarda finale. Il regista riesce abilmente a miscelare immagini di repertorio dei diversi Tg con le sequenze della pellicola, creando un equilibrato connubio estetico anche grazie all’ottimo lavoro in sala di montaggio eseguito da Ruggero Mastroianni. Le musiche, composte per l’occasione dal maestro Pino Donaggio, fanno il resto calando lo spettatore nelle immagini in tutta la loro drammatica forza. Tra gli interpreti ricordiamo il sempre bravo Massimo Bonetti nei panni del commissario della polizia giudiziaria di Palermo Ninni Cassarà, Anna Bonaiuto nella parte della moglie del giudice Falcone, Francesca Morvillo. Ad accompagnarli nei diversi momenti della pellicola ritroviamo una pletora di lodevoli caratteristi come il compianto Arnaldo Ninchi nel ruolo di Salvo Lima e Marco Leto in quello del giudice Antonino Caponnetto. A Giuseppe Ferrara va il merito di essersi eretto a cantore del cinema impegnato italiano.  Prima di Giovanni Falcone, infatti, nel 1984, aveva avuto già modo di reagire alla censura con Cento giorni a Palermo (girato in pieni Anni di Piombo)  film che ricostruisce gli ultimi giorni di vita, e di lavoro, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in quel di Palermo. Interpretazione eccellente di Lino Ventura nei panni dell’integerrimo prefetto che era riuscito a creare i presupposti su cui si sarebbero basate le indagini di Falcone e Borsellino. Il generale verrà ucciso il 3 luglio del 1983 in un agguato in Via Carini, via centrale di Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro (interpretata per l’occasione da una strepitosa Giuliana De Sio). L’auto sarà completamente crivellata a colpi di Kalashnikov. Tutto intorno ai personaggi si muove l’aria malsana di omertà (quella palermitana) profondissima in cui il generale vede cadere, ad uno ad uno, tutti i suoi più stretti collaboratori tra cui il giudice istruttore Cesare Terranova, Pio La Torre (interpretato con misura da Lino Troisi) e Piersanti Mattarella. L’unico collaboratore fidato sarà il capitano Fontana (al secolo Stefano Satta Flores) che seguirà Dalla Chiesa fino alla fine. Nel 1986 Ferrara torna all’azione e dietro la macchina da presa scatta la fotografia di un Italia in pieno collasso democratico. Il regista firma (sceneggiando a sei mani con Armenia Balducci e Roberto Kats)  Il Caso Moro con cui ripercorre la tragica vicenda riguardante la prigionia dell’allora presidente della Democrazia Cristiana per mano delle Brigate Rosse. Il ruolo del protagonista viene affidato alla memorabile interpretazione di Gian Maria Volontè il quale trasfigura nel personaggio in modo impressionante. Ancora una volta il regista tocca nervi scoperti e passa in rassegna tutti quei giochi di potere occulti che, strisciando fuori e dentro la verità, tendono a manovrarne la direzione. Il film risultò da subito scomodo in quanto rappresentava la vicenda con estrema realtà. Una realtà pericolosa, con cui viene fatto comprendere come la morte di Moro non era riconducibile al solo sequestro per fini para-militari tipici dell’Estrema Sinistra, ma era il risultato di ordini molto più in alto. Molto intensa è la sequenza finale del film, in cui il regista, miscelando impeccabilmente immagini di repertorio e finzione, ci restituisce tramite l’uso di una voce off, la lettera che Moro scrisse poco prima di essere ucciso. Nelle parole si può comprendere quanto il politico aveva avuto modo di distinguere i veri amici da quelli che lo erano solo per convenzione politica o per convenienza sociale. Infatti, stava nascendo una nuova Democrazia Cristiana. Quella di Giulio Andreotti. Inutile dire che il film si avvale di un cast di tutto rispetto a cominciare dalla splendida prova recitativa di Mattia Sbragia (il capo brigatista) che conferisce uno spessore immenso al suo personaggio, essendo quest’ultimo simbolo di equilibrio tra il vero bene e il vero male (quello che si è costretti a commettere). Seguono poi Sergio Rubini e Margarita Lozano rispettivamente nei panni di Giovanni ed Eleonora Moro. Anche per quest’occasione Ferrara si avvale delle magistrali esecuzioni di Pino Donaggio che infondono spessore alle ottime scenografie di Francesco Frigeri, a loro volta scosse dalla fotografia elaborata dal bravissimo Camillo Bazzoni.  Il caso Moro, come il successivo Giovanni Falcone, è il secondo  capitolo di una tetralogia ferrariana che si  concluderà con il meno riuscito (e quasi grottesco) I Banchieri di Dio (2002) dove spetterà al bravissimo Omero Antonutti interpretare, con impressionante trasfigurazione, un tormentato Roberto Calvi , personaggio fondamentale e vero punto di incontro tra i più sconcertanti e infami misteri italiani quali il fenomeno della famigerata Loggia P2 (Loggia Propaganda 2), lo scandalo del Banco Ambrosiano e i rapporti scellerati tra i primi due fenomeni e lo I.O.R. dello Stato Vaticano il cui portavoce Arcivescovo Paul Marcinkus, nella pellicola, viene interpretato da Rutger Hauer. La morte di Calvi, rivestita di un alone suicida, rappresenta, seppur grottescamente, una dei più famosi depistaggi della storia italiana. Con lui si perdono nell’oblio tutte quelle prove che avrebbero gettato luce su gran parte delle più intricate indagini sul caso Sindona e sulla chiacchierata figura di Licio Gelli (capo fondatore della Loggia P2). Ma I Banchieri di Dio non riscuote un buon successo né di critica, né di pubblico. Questo è dovuto a diverse componenti:  la prima è l’ inconsistenza della messa in scena dovuta, forse, ad una frettolosa lavorazione (anch’essa ostacolata continuamente dalla censura); la seconda è  l’esibizionismo sensazionalista di cui la pellicola si “macchia” divenendo così mero esercizio di stile, incapace di avere quella consistenza e quello spessore dei precedenti film del regista. Le musiche, sempre meravigliose di Donaggio non aiutano, complice una fotografia anonima elaborata da Federico Del Zoppo che non valorizza né enfatizza lo score eseguito dal musicista. Ma il fallimento dell’ultima fatica di Ferrara viene anche sancito dal fatto che essa rappresenta un’operazione fuori tempo massimo. La pellicola, infatti, viene preceduta nel 1995 dal magnifico Un eroe borghese di Michele Placido il quale affronta la stessa tematica e punta la macchina da presa su Giorgio Ambrosoli, interpretato con estremo rigore da un ottimo Fabrizio Bentivoglio, nominato liquidatore degli istituti di credito di Michele Sindona, il “cassiere di Cosa Nostra”. Il film ripercorre le gesta di un uomo come tanti divenuto martire ed eroe allo stesso tempo, solo per aver svolto in modo onesto e insindacabile il proprio lavoro. Una delle pagine più infami e sgradevoli di tutta la storia d’Italia, viene scritta col sangue del povero finanziere il quale verrà ucciso l’11 luglio 1979 da William Aricò, killer statunitense incaricato dallo stesso Sindona. Ambrosoli, durante le procedure di liquidazione delle banche, si era imbattuto in quel famoso fiume di denaro sporco frutto di riciclaggio da parte delle cosche mafiose. Ma lo spessore dalla vicenda assume un tono più grave in quanto nei conti correnti presi di mira dal liquidatore, confluiva anche il denaro del Banco Ambrosiano, di Calvi e dello I.O.R. il cui allora portavoce era l’Arcivescovo americano Paul Marcinkus. Ad affiancare Fabrizio Bentivoglio ritroviamo un magistrale Omero Antonutti che, prima del Calvi nel film di Ferrara, qui interpreta Michele Sindona. Completa il cast lo stesso Michele Placido che interpreta il maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre. Sulla vicenda di Giorgio Ambrosoli tornerà nel 2014, il regista Alberto Negrin con Qualunque Cosa Succeda, miniserie Tv in due puntate tratta dall’omonimo diario scritto dallo stesso Ambrosoli. Dignitosa e di alta classe l’interpretazione di Pierfrancesco Favino nei panni del finanziere il quale commuove in modo impressionante con una catarsi recitativa che incide. Il film Tv sancisce il ritorno all’alta qualità delle reti RAI fino ad allora rimaste in una forma di stagnazione qualitativa. Abbiamo indicato I Banchieri di Dio come un’operazione fuori tempo massimo in quanto Un eroe borghese rappresenta il secondo film appartenente ad una nuova corrente di “fare cinema” impegnato. Un cinema che spoglia la propria struttura narrativa di quell’alone sensazionalista, che fino ad allora lo aveva caratterizzato (si pensi al forzato finale di Cento Giorni a Palermo in cui sotto i titoli di coda si sente il barno ‘U cunto recitato splendidamente da Mimmo Cuticchio), in favore di un prosciugamento visivo e narrativo. Il film comincia a diventare pura cronaca, vera rappresentazione della realtà, proprio come quella che ci ritroviamo di fronte quando un fatto accade. Capostipite di questa nuova cine-concezione è Il giudice ragazzino (1991) di Alessandro Di Robilant. Film didascalico e volutamente freddo nella messa in scena,  proprio come fredda è la tragedia a cui vanno incontro i “nuovi eroi borghesi”. Il film ripercorre la breve carriera (il titolo del film non è casuale) del giudice Rosario Livatino (interpretato discretamente da un giovanissimo Giulio Scarpati) incentrata tutta sulla lotta contro il nuovo potere mafioso che stava prendendo corpo nella guerra tra le cosche malavitose di Antonio Forte e Giuseppe Migliore in quel di Agrigento, scatenatasi dopo l’uccisione del capo- mandamento Salvatore Cancemi (primi anni 80). Il film tocca il cuore in quanto parla di un ragazzo che si trova a combattere non solo contro la Mafia, ma contro tutto quel corollario di insegnamenti omertosi propri della società rurale in cui era cresciuto (si pensi che Migliore abitava nell’appartamento sopra quello del giudice). Famosissima la scena in cui Livatino riprende, con vigore, Migliore (un grande Renato Carpenteri, il quale si stava prendendo troppa confidenza col ragazzo che “aveva visto crescere”) durante un interrogatorio pronunciando la frase “Mi dia del lei. Io sono il giudice Rosario Livatino”. Nella pellicola viene valorizzato l’ambiente familiare. Nel film, infatti,vengono valorizzate le riprese in interni al fine di far percepire allo spettatore una sorta di microcosmo in cui il bene, i veri sentimenti, sono relegati e limitati. Imponente il ruolo dei genitori del giudice affidati ad un irraggiungibile Regina Bianchi (la madre) e un contenuto Leopoldo Trieste (il padre) in grado di rubarsi la scena a vicenda. Buona prova anche da parte di un’acerba Sabrina Ferilli nel ruolo di Angela Gamera fidanzata di Rosario.  Il giudice ragazzino si discosta dal segmento Ferrariano  anche grazie alla  collaborazione del regista con una nuova generazione di autori. Infatti Di Robillant realizza una sceneggiatura a sei mani affiancandosi a talenti come Ugo Pirro e Andrea Purgatori. La musica viene affidata al maestro Franco Piersanti che accompagna lo splendido montaggio operato Cecilia Zanuso. Il resto è affidato alla magistrale fotografia di David Scott con cui ci viene restituito una sorta di lieve riscaldamento della freddezza (voluta) della trattazione. Il giudice Rosario Livatino venne freddato il 21 settembre 1990 sulla Strada Statale 640 per Agrigento da due sicari che lo rincorsero nei campi adiacenti al battistrada. Memorabile la sequenza finale del film in cui sotto i titoli di coda scorre contemporaneamente un lungo piano sequenza degli uffici dove il giudice lavorava (vero focolare di corruzione e ferocia omertosa) in antitesi alle bellissime parole (la voce off dello stesso Scarpati) dello stesso Livatino riguardo la figura del magistrato: « Il Giudice deve offrire di sé stesso l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile; l’immagine di un uomo capace di condannare ma anche di capire; solo così egli potrà essere accettato dalla società: questo e solo questo è il Giudice di ogni tempo. Se egli rimarrà sempre libero ed indipendente si mostrerà degno della sua funzione, se si manterrà integro ed imparziale non tradirà mai il suo mandato. ». Con Il Giudice ragazzino viene messo alla berlina il classico detto “squadra che vince non si cambia”. Il film di Di Robilant, inoltre, propone una  cronaca più pesante, che non scende più a patti con la  censura, facendo nomi e cognomi. La stesura diventa piena e consapevole fotografia dello stato delle cose e della inappuntabilità del reale. Potremmo parlare di un  Neorealismo in forma “reloaded” che differisce solo a causa della presenza del colore. Quasi in contemporanea con il film di Robillant, nel 1990 il regista Vittorio Sindoni realizza Una fredda mattina di Maggio dove Sergio Castellito interpreta il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi (nel film rinominato con Ruggero Manni), ucciso a Milano il 28 maggio del 1980 da un gruppo terroristico legato alle BR. L’opera poteva guadagnarsi una precedenza autoriale rispetto al film sul giudice Livatino, ma non risulta avere lo stesso spessore. Tuttavia Sindoni conferma di saper maneggiare la materia con rispetto e accortezza non lesinando nell’accusare e nello sbattere in faccia ad ognuno la propria responsabilità. Musiche azzeccate per il genio di Riz Ortolani. Primo incontro tra Castellito e la futura moglie Margareth Mazzantini, qui nel ruolo di Lia. Un altro validissimo esponente del nuovo movimento cinematografico impegnato, iniziato nel 1995, è il regista Marco Tullio Giordana il quale nel 2000 realizza il manifesto della nuova corrente cine-impegnata: I Cento passi. La pellicola racconta la tragica fine di Giuseppe “Peppino” Impastato al quale, per l’occasione, viene resa giustizia dall’impressionante registro recitativo di Luigi Lo Cascio. La società che fa da cornice alla storia è quella degli Anni 70, in cui, oltre ad una tremenda ondata di atti terroristici che culminerà nella tragedia della Strage di Bologna, prende forma un potere strisciante ancora in fase di “perfezionamento”: la Mafia. Peppino (così lo chiamano gli amici) è figlio del mafioso locale Luigi Impastato (Luigi Maria Burruano sempre stato a suo agio in ruoli scomodi) affiliato alla cosca del Boss Gaetano “Tano” Badalamenti (un inquietante Tony Sperandeo). Il rapporto col padre è a dir poco devastante dal momento che il ragazzo si mostra ideologicamente riluttante al dogma mafioso, rifiutando di percorrere i cento passi che separano la sua abitazione da quella del boss al fine di divenirne affiliato. Il contrasto col genitore porterà Impastato ad entrare in pericolosa collisione con una società rurale e feudalizzata dal potere criminale in cui gli unici fratelli sono gli amici Salvo Vitale (un bravo Claudio Gioé) e Vito (Domenico Centamore) collaboratori di una radio locale, Radio Aut (il cui programma simbolo è Onda Pazza) che il ragazzo aveva creato come mezzo di propaganda anti-mafiosa. Il rapporto inizialmente conflittuale col fratello Giovanni (Paolo Brigulia) porterà Peppino alla maturazione definitiva del concetto di onestà nella sua completezza che verrà idolatrato anche dalla madre Felicia Bartolotta (Lucia Sardo) stanca della vita ideologicamente “blindata” imposta dal marito. La figura del padre di Peppino è magnificamente restituita da Burruano con una interpretazione da brividi ed, essenzialmente, rappresenta il punto di incompatibilità tra la morale e l’obbedienza in un connubio dicotomico di rara rilevanza. L’interpretazione sentita di Lo Cascio fa il resto conferendo all’opera di Giordana una limpidezza cinematografica e un furore rivoluzionario che non si vedeva dai tempi de I pugni in tasca di Marco Bellocchio. La colonna sonora è da urlo e vede le migliori hit “rivoluzionarie” tipiche del periodo di fine anni 70. L’uso delle canzoni scandisce, come in un tragico romanzo, tutta la rabbia e l’infamia di ogni momento che la Mafia ruba alla vita che diventa breve se la si vive in senso opposto. Impastato combatté la sua guerra fino alla fine che avvenne il 9 Maggio del 1978 sui binari della stazione di Cinisi passando quasi inosservata causa la sua contemporaneità con l’omicidio Moro (il cui corpo venne ritrovato il giorno dopo). Per tale reato Tano Badalamenti venne condannato nel 2002 all’ergastolo. Nel 2003 il regista Marco Bellocchio torna dietro la macchina da presa per realizzare una  personale  e concettuale rilettura del Caso Moro, con Buongiorno notte.  A differenza di Ferrara, il regista punta lo sguardo sulle cause endogene della tragedia annunciata, tramite una narrazione che procede tramite un sistema di decodifica dei valori opposti. Mette in evidenza le contraddizioni proprie dei due schieramenti avversari (il covo dei brigatisti e le sale del potere politico) e le fa esplodere in modo violento tanto da creare quella famosa incertezza in cui poi è presenta la vera riflessione. A dare il volto al Presidente della Democrazia Cristiana ritroviamo, stavolta, Roberto Herlitzka mentre i ruoli dei brigatisti Chiara e Mariano sono ricoperti rispettivamente da Maya Sansa e Luigi Lo Cascio. Interessante lavoro sulla fotografia da parte di Pasquale Mari. Colonna sonora da urlo con le musiche originali di Riccardo Giagni affiancate da hit dei Pink Floyd e Giuseppe Verdi in straordinario connubio. Nel 2005 tocca a Roberto Faenza cimentarsi con la cronaca italiana con il film Alla luce del Sole. Film dolorosissimo che ripercorre in modo didascalico le gesta e la morte di Don Pino Puglisi parroco nel degradato quartiere di Brancaccio. A dare il volto al prelato è Luca Zingaretti che con compostezza fornisce una grande prova interpretativa. Don Pino Puglisi fu impegnato di persona, in trincea contro la Mafia tramite la costituzione di una comunità atta a salvare i giovani dalle strade e dalla possibile affiliazione malavitosa. Il suo impegno lo porterà al conflitto con i potenti clan dominanti il quartiere, fino alla morte che avverrà il 15 settembre 1993 davanti al portone della sua abitazione in Piazza Anita Garibaldi. A sparare saranno due pluri-pregiudicati che il parroco conosceva bene: Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza affiliati al Clan dei fratelli Filippo (Francesco Foti) e Giuseppe (Piero Nicosia) Graviano. Secondo indiscrezioni, al momento della morte sembra che Puglisi si sia rivolto a Spatuzza sorridendo e pronunciando le parole “Me lo aspettavo”. Molto belle le musiche composte, per l’occasione, da Andrea Guerra che amplia le vedute scenografiche elaborate in modo ottimale da Davide Bassan in perf
etta simbiosi con la fotografia di Italo Petriccione. Con Alla luce del Sole  si chiude un periodo importante nel cinema di impegno civile italiano. Si assiste, infatti, ad un cambiamento fondamentale nel panorama delle distribuzioni cinematografiche. Le serie provenienti dagli Stati Uniti cominciano a prendere piede anche in Italia sancendo la vittoria di una nuova ideologia che vede sacrificare il grande schermo in favore del piccolo. Registi come Sollima, Vicari e De Maria si confermano in grado di assorbire questa nuova tendenza realizzando serie di altissimo livello per la TV. Tra queste il primo Distretto di Polizia, Romanzo Criminale, e Gomorra  a venire. La lezione viene assimilata anche dal veterano Gianluca Maria Tavarelli. A lui va il merito della realizzazione nel 2004 della miniserie in due puntate Paolo Borsellino. Secondo chi scrive, ma non solo, la trasposizione risulta essere al momento la migliore in assoluto, addirittura superiore al Givanni Falcone di Ferrara. Forte di una sceneggiatura con i fiocchi scritta dal grande Giancarlo De Cataldo insieme a Mimmo Raffaele e Leonardo Fasoli, il film di Tavarelli si avvale dell’immensa e intensa interpretazione di Giorgio Tirabassi nel ruolo del magistrato con cui, con una forza emotiva senza precedenti, ci viene restituita tutta la fisionomia dello scontro tra l’angoscia crescente e la  forza di vivere che prende possesso dell’animo umano. Memorabile la scena finale in cui Tirabassi/Borsellino comprende di essere l’imminente bersaglio di un prossimo attentato. La macchina da presa si stringe sul volto del protagonista e sulla sua paura che trova la nemesi nel vertiginoso piano sequenza a 360 gradi tra i palazzi che circondano la piazza dove si trova l’uomo. Tirabassi si muove lungo tutti i 180 minuti della pellicola con “magnifica presenza” in grado di rendere essenziali tutti i coprimari della storia. Grande spalla risulta Ennio Fantastichini che ci regala un Giovanni Falcone che si distacca molto dalla figura emblema di Ferrara per sacrificarla in nome di un’impronta molto più proletaria e quindi più umana. Eccellente performance anche per Andrea Tidona nel ruolo di Rocco Chinnici, mentre realistica quella di Ninni Bruschetta nel ruolo di Ninni Cassarà.  A cinque anni di distanza dal film di Tavarelli, l’ondata di cine-indagine si riappropria del grande schermo e riprende vigore con due esempi di cinema da manuale. Il primo è La siciliana ribelle di Marco Amenta in cui viene narrata la vera storia di Rita Atria, giovane siciliana figlia di un boss. Nel film il nome viene sostituito con quello di Rita Mancuso, ma il riferimento è diretto e la pellicola, nonostante additata come liberamente ispirata, è un esempio vivo di individuazione diretta dello stato dei fatti. Rita Atria è, forse, una delle figure più tragiche della storia della Mafia. Figlia del Boss Vito Atria, dopo la morte del padre e del fratello Carmelo in agguati malavitosi, la ragazza decide di sfruttare tutte le conoscenze e le indiscrezioni carpite dagli ambienti casalinghi al fine di far arrestare numerosi colpevoli implicati nella morte dei suoi parenti. Entra in contatto così con il giudice Paolo Borsellino al quale darà un apporto fondamentale. Arriverà per lei un dolore fortissimo quando, nel 1992, apprenderà la morte del giudice. Compreso che il programma di sicurezza a cui era stata sottoposta non l’avrebbe portata mai più ad avere una vita libera, se non al prezzo di far liberare di nuovo gli assassini che aveva contribuito a far arrestare, si toglierà la vita il giorno dopo la strage di Via d’Amelio gettandosi dal settimo piano di una casa di Roma in Via Amelia 23. Rita non era una collaboratrice di giustizia in quanto non aveva commesso nessun reato tranne quello di essere figlia del “male”. lo stesso che si porterà dentro fino al tragico gesto finale. Animata dallo stesso furore di giustizia di Giuseppe Impastato, Rita preferì la morte a quella che sarebbe stata una connivenza con la sottomissione e la prevaricazione, spine dorsali di un sistema criminale spietato. Con lucida follia e con un pizzico d’incoscienza un altro eroe si immola all’altare della verità.  Lo stesso anno Marco Risi realizza lo splendido Fortapasc in cui ritroviamo un eccellente Libero De Rienzo dare anima e corpo a Giancarlo Siani, giornalista napoletano di cronaca nera per Il Mattino in quel di Torre Annunziata. Per l’occasione il regista si circonda di giovani attori tutti molto bravi tra cui ritroviamo Michele Riondino (nella parte dell’amico Rico), Massimiliano Gallo (il Boss Gionta) e Valentina Lodovini (Daniela). Gli articoli scritti da Siani erano dinamite pura in grado di far saltare in aria una fittissima rete di connivenze malavitose che, sgretolandosi come un muro, portò all’arresto del sindaco di Torre Annunziata Dottor Cassano oltre che alla disfatta del Clan Nuoletta di cui si ricorda l’arresto del boss Valentino Gionta. Infatti il 26 agosto del 1984 la guerra tra i Clan Bardellino e Gionta aveva portato alla famosa Strage del Circolo dei Pescatori in cui persero la vita 8 affiliati ai clan. La pellicola si ammanta sin dai primi fotogrammi di un’aria tragica e malinconica, come se nell’aria fosse già presente l’odore della paura e il senso della fine. Di Rienzo fornisce una prova di maturità recitativa da manuale rendendo al personaggio uno spessore enorme caratterizzato da quella pacatezza e da quell’innocenza tipiche solo di chi sta facendo le cose in piena coscienza del giusto. Siani era così. Un ragazzo di 26 anni che, senza castrazioni né bavagli, voleva gridare sottovoce una verità nascosta, sotterranea. Quella stessa che scorre sottopelle avvolgendoci dall’interno. La sua espressione durante le diverse minacce che gli vengono rivolte in modo anonimo durante lo svolgersi della vicenda, è quella di colui che invece che aver  paura si meraviglia di doverla provare. Giancarlo Siani morirà a 26 anni appena compiuti, freddato a poche centinaia di metri da casa sua, nel quartiere del Vomero la sera del 23 settembre del 1985. Possiamo dire che mai, prima di Fortapasc, una canzone di Vasco Rossi era divenuta talmente pregna di malinconia e così aderente al tema trattato. Ogni volta diventa il leit motive funereo e profetico (il giornalista sarebbe dovuto andare con la ragazza al concerto di Vasco Rossi che si teneva la stessa sera della sua morte) di uno degli eroi più meravigliosi che il Sud abbia potuto conoscere in quanto simbolo, come Impastato, di una gioventù che non si fa sopraffare dallo scoramento di una realtà troppo stretta per essere onesto e troppo larga per essere traditore. Siani rappresenta, forse, l’ultimo giovane eroe di una lunga lista. Una lista di gente che vuole alzare le mani per esprimere il proprio voto morale e in cui non c’è spazio per l’ipocrisia rendendo le scelte libere da ogni vincolo. Una lista indelebile nel cuore di chi crede davvero nel libero arbitrio. E mai come in questo caso  Spielberg (Schindler’s List) aveva ragione: la lista è vita.
Alessandro Amantini

I commenti

Il volto di Falcone quando pronuncia: “No, mai!”….è lì che ti accorgi che l’animo della giustizia può avere un’espressione. Gennaro
Ale però se ti spingessi un po’ più indietro con la storia fino al Risorgimento, ti ricorderai che anche Pasquale Squitieri merita di essere inserito tra i grandi registi nel tuo bellissimo articolo. Con il film del 1999 “Li chiamarono Briganti” ottenne la censura e l’impossibilità ad oggi di reperire la sua pellicola. Questo mi fa pensare che se in qualche modo il potere fa passare i film da te citati, è solo per abituare e sottomettere la popolazione a questa situazione, affinché si abituino alla palese convivenza Stato-mafia e assistano impotenti alle loro malefatte. Il film di Squitieri descrive un periodo che non è affatto quello che troviamo sui libri di storia, un periodo dove il neonato regno d’Italia cominciò a strumentalizzare quei picciotti servi dei baroni locali dando loro sempre più potere fino a perdere il controllo della situazione. Quelli sono film che scottano perché quelle sono le origini del sistema poi evolutosi nel peggiore dei modi… Fammi sapere che ne pensi, amico mio. Gennaro
Lo so. Ma la recensione abbraccia solo i film dopo la prima Repubblica. Diciamo quelli più diretti alle generazioni recenti. Altrimenti non basterebbe un’enciclopedia per nominare tutti gli eroi compresi quelli preistorici. Inoltre il bavaglio o non posto alla bocca di alcuni registi, come il grande Squitieri, non significa che il film non sia conosciuto, come non esistono eroi di serie A né di serie B. I film recensiti hanno davvero avuto problemi di censura, non pesante come quella riservata al film da te citato, ma comunque l’hanno avuta. L’importante secondo me sono i personaggi e i messaggi. L’importante è che si sappia che sono esistiti. Già questo sarebbe un passo avanti per l’abominevole generazione che sta venendo su. Riguardo il film di Squitieri sono poi d’accordo con te. Fa parte di quel cinema-verità come i documentari censurati su Salvatore Giuliano, altra pagina vergognosa della nostra storia nazionale. Abbiamo un senso civico purtroppo che non va oltre la Chiesa catodica in cui entriamo ogni sera alle 20,00 su Rai 1.
Grazie mille per l’attenzione prestata. Alessandro Amantini 

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