Un’occasione sprecata. Si accettano miracoli

Si accettano miracoli (2015) è un film di e con Alessandro Siani che ha un pregio: Alessandro Siani. Ed è un film di e con Alessandro Siani che ha anche un difetto: Alessandro Siani. Non siamo impazziti nell’affermare questa contraddizione, anzi in entrambi i casi dicendo che Alessandro Siani rappresenta sia il bene che il male della sua pellicola è fargli un complimento doppio, sia per quel che è riuscito all’interno della rappresentazione scenica, sia per quello che invece non lo è. Quel che è riuscito nel film, sicuramente, è stata la scelta di un cast azzeccato, guidato da un capocomico – Siani, appunto – sulla cui bravura non sindachiamo. La recitazione di Siani ormai abbiamo imparato a conoscerla, già da Il principe abusivo si intuivano il talento e le capacità del giovane attore napoletano legato alla tradizione leggera e surreale che contraddistingue gran parte delle produzioni cinematografiche partenopee. Se a lui, poi, aggiungiamo un Fabio De Luigi ormai collaudatissimo ma imprigionato nella caratterizzazione del giovane ingenuo e sfigato, una Serena Autieri sempre più esuberante e una Anna Caterina Morariu  che buca lo schermo con la sua semplicità e bellezza, la riuscita del film – almeno a livello recitativo – ci sta tutta. Grazie anche a una banda di scugnizzelli napoletani che da soli valgono il prezzo del biglietto. La storia è molto semplice e per questo frizzante. Fulvio Canfora (Siani), tagliatore di teste presso l’ufficio in cui lavora, viene a sua volta tagliato dal suo direttore e per averlo aggredito fisicamente finisce dietro le sbarre. Per riabilitarsi, viene affidato a suo fratello Germano (De Luigi), parroco di Rocca di Sotto e capo di una casa famiglia che accoglie bambini bisognosi. In crisi di fedeli e di offerte e incapace di far fronte alle esigenze dei bambini, Germano cerca di portare avanti il suo apostolato senza ottenere risultati, chiedendo infine un vero e proprio miracolo a San Tommaso, il patrono del paese. Fulvio, nel frattempo innamoratosi della bellissima Chiara (Morariu) affetta da cecità permanente, inventa allora il miracolo richiesto facendo lacrimare la statua. Miracolo che avrà l’effetto, prevedibile, di una rinascita economica del paese che sfrutterà in pieno, come da buona tradizione del Sud, l’occasione per guadagnare benefici sfruttando la miracolosità dell’effigie. In tutto questo, poi, si intrecciano i guai familiari di Adele (Autieri), sorella di Fulvio e Germano, in crisi col marito Vittorio (Gianni Esposito) sterile e cornuto e l’imminente visita dei messi papali per analizzare la statua e confermare la veridicità del pianto. La messa in scena ideata da Siani, quindi, funziona grazie a un ritmo brillante e a una profonda conoscenza della realtà descritta (la trasformazione di Rocca di Sotto da Paese anonimo e abbandonato a centro religioso contiene tutta l’ingegnosità e l’arte di arrangiarsi della cultura partenopea, che parte dalle grazie a pagamento fino ad arrivare alla carta di credito del Santo sulle bancarelle del mercato!), realtà che viene mostrata in un lato surreale che, invece, è ancora più reale della medesima, con uno spirito di denuncia sullo sfruttamento religioso perpetrato da alcuni Paesi in Italia fatto con il sorriso sulle labbra. Funziona la storia degli scugnizzi discoli, esplosivi e dispettosi, ma spontanei e dal cuore d’oro che è forse l’elemento di novità più gradito del film. Funziona, infine, il lato romantico perché la storia tra Chiara e Fulvio viene mostrata con una dolcezza e un candore che la rendono quasi favolistica (come accadeva ne Il principe abusivo tra il giovane povero e la sua principessa), sottolineata da una splendida canzone scritta da Siani e dall’amico Sal Da Vinci.  Cosa non funziona nel film, invece, è la presenza asfissiante del comico e alcuni vuoti di sceneggiatura nel finale. Siani è in ogni dove e in ogni quando, De Luigi, La Autieri e la Morariu sono ottime spalle, ma a volte risentono del protagonismo involontario dell’attore che accende l’ilarità in ogni scena in cui partecipa, ma non lascia ampio spazio a situazioni che potrebbero funzionare anche senza di lui. Il finale, invece, ci è sembrato troppo “allestito”, come a dare l’impressione che, avendo spinto per più di un’ora con situazioni comiche, si sia persa la strada per concludere degnamente l’opera. Difetto, questo, che non si riscontra soltanto nel cinema di Siani (anche ne Il principe abusivo il finale era sempre corale e positivo seppur più consono, con la principessa che sceglie di vivere con il povero rispettando i canoni della favola moderna) ma in gran parte della cinematografia nazionale. Quello che vogliamo da un talento come Siani è un osare di più, un vertere in sceneggiatura verso elementi non per forza legati solo ed esclusivamente alla commedia e alla comicità, ma a qualcosa, magari, che lasci l’amaro in bocca, che faccia ridere, ma anche riflettere. Non vogliamo un Siani impegnato, ma lo vogliamo più coraggioso perché le potenzialità che possiede sono enormi. Guardando il finale del film si rimane delusi perché la storia avrebbe potuto avere una conclusione diversa, più matura e si ha la certezza di aver sprecato un’occasione. Resta però la soddisfazione di aver passato novanta minuti in piena spensieratezza e anche se ormai questo sembra essere l’indirizzo scelto dall’autore per fidelizzare il proprio pubblico, noi ci crediamo che possa fare molto di più. Staremo a vedere.
Giorgia Amantini

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