La verità, vi prego, sull’amore. Il matrimonio secondo Newell

“Un ragazzo vive insieme ad una ragazza e, d’improvviso, i due si accorgono di non aver più nulla da dirsi. Presi da sgomento cominciano a preoccuparsi. Poi a lui viene un colpo di genio: chiede a lei di sposarlo. Così avranno qualcosa di cui parlare per tutta la vita”. Un modo per colmare un momento di silenzio imbarazzante. Questa è l’impietosa prosa del mito coniugale che l’omosessuale Gareth (interpretato in modo gigantesco dal veterano Simon Callow) elabora in  Quattro matrimoni e un funerale. Il film, realizzato nel 1995 dal regista Mike Newell, rappresenta la vetta più alta (mai più raggiunta) di tutto il filone cinematografico appartenente alla British Comedy. Complice una sceneggiatura inappuntabile scritta da un Richard Curtis in stato di grazia, il regista riesce a contenere la coralità di una squadra di attori eccezionali e affiatatissimi, capeggiata da uno Hugh Grant (nel ruolo di Charles) mai più così bravo. A fargli da coprimari, una Andie MacDowell in splendida forma che conferisce al personaggio di Carrie tutta quella carica sovversiva in grado di mettere alla berlina non solo le convinzioni anti-matrimoniali di Charlie, ma anche le basi falsamente perbeniste ed edulcorate di una società così legnosa come quella inglese. Seguono poi la coppia gay composta dal citato Gareth e da Matthew (un John Hannah interprete di classe), duo formidabile in squisita antitesi caratteriale che, come un bilancino, utilizza la propria diversità come mezzo con cui mettere in evidenza le stupide convinzioni/convenzioni eterosessuali dei protagonisti e di un’intera società. Ma la vera protagonista è Fiona, amica e innamorata di Charles, interpretata in modo memorabile da una Kristin Scott Thomas eccezionalmente sensuale e malinconica. Fiona rappresenta, forse, uno dei pochi personaggi chiave dell’intero decennio cinematografico anni ’90, in grado di divenire un vero e proprio spartiacque tra le diverse correnti di pensiero con cui l’essere umano insiste impietosamente nel cercare un’adeguata cornice razionale in cui incastonare la propria vita. Ma Quattro matrimoni e un funerale non è solo una commedia con momenti altamente esilaranti (si pensi alla folgorante prova di Rowan Atkinson nel ruolo di Padre Gerald che recita messa per la prima volta oppure al forzato voyeurismo di Charlie chiuso dentro il ripostiglio della stanza dei novelli sposi in procinto di coito), ma anche un allarmante monito sullo stato dell’essere umano e sul crollo delle sue convinzioni in merito alla propria indipendenza esistenziale di fronte al rispetto dei valori altrui (“Non puoi iniziare una storia dicendo questa me la sposo, ma neanche iniziarla dicendo questa non me la sposerò mai” dice Henrietta [al secolo Anna Chancellor] ex di Charles allo scapolo impenitente in una famosa scena della pellicola). Charles è un personaggio che verte in un precario equilibrio funambolico, su di un filo di convinzioni al di sotto del quale vi è un  baratro di espedienti di fuga e di bugie da porre come barriera contro responsabilità sempre più forti che durante la vita gli si pongono di fronte. Ma il baratro, a volte viene brevemente illuminato, da dolorosissime prese di coscienza. “Ma che cazzo succede?”, dice Charles all’amico Matthew, continuando “partecipo continuamente a matrimoni, ma non ne sono mai lo sposo”. Ecco allora che le cerimonie, tendono a trasfigurarsi in calvari tutti terreni (memorabile la scena del tavolo delle ex a cui si ritrova seduto durante una delle cerimonie) per il protagonista, costretto a scontrarsi con il razionale “tornare con i piedi per terra” rappresentato dai valori della vita di ogni giorno. Altro personaggio chiave della storia, anche se pochi se ne sono accorti rivedendo più volte il film, è Tom (interpretato con misura da James Fleet)  fratello di Fiona, che dietro il suo cinismo e la sua dinoccolatezza esistenziale, nasconde una tristezza pesantissima, quella di un essere che vorrebbe dispensare amore, ma che non ne riceve causa la sua presunta ripugnante apparenza. Per lui Newell riserva una redenzione a fine pellicola, come d’altronde per tutti, ma la filtra attraverso la memorabile scena del colloquio tra lui e Charles fuori dalla chiesa dove si sta svolgendo il funerale di Gareth. In quel momento nel cuore del protagonista vi sono due decessi. Quello dell’amico e quello dei propri sentimenti, dovuto al recente matrimonio di Carrie con un imbranato attempato scozzese Hamish (Corin Redgrave). Da antologia, a questo punto, il discorso che Matthew dedica all’amico/amante scomparso durante la cerimonia funebre, per il quale si serve del memorabile Funeral Blues – Blues in memoria tratto da La verità, vi prego, sull’amore di W.H. Auden. “Gareth diceva che era più facile per lui entusiasmarsi per i funerali che per i matrimoni in quanto i primi rappresentano una funzione in cui, prima o poi, sapeva che sarebbe riuscito a esserne il protagonista”. Formidabile, quanto duro, riferimento all’irriducibilità degli stereotipi vitali, di quel famoso vento che nella vita tende a non voler cambiare mai, anche nei momenti più drammatici. Infine menzioniamo per bravura la prova recitativa di Charlotte Coleman (Rossella, in originale Scarlett) formidabile e poliedrica artista prematuramente scomparsa all’età di 33 anni. Il personaggio di Rossella è un formidabile concentrato di irriverenza ironica e tristezza. Tutto (e tutti) finirà (finiranno) in gloria umoristica con l’allegra rassegna delle foto del futuro di ognuno dei protagonisti sotto lo scorrere dei titoli di coda, ma si mastica amaro, in quanto la pellicola non è pro, né contro il matrimonio e la vita coniugale, ma rappresenta un bugiardino di tutte quelle “precauzioni d’uso” per una corretta posologia dei propri punti di vista (e dei propri sentimenti) in merito all’argomento. A volte si è talmente perduti nelle proprie convinzioni da divenire ciechi di fronte l’evidenza e lo stato delle cose. Quattro matrimoni e un funerale ci colloca sulla linea di confine che divide questi due universi di pensiero che scuotono e divorano ogni individuo dall’interno sancendone la fine sociale. Newell ci prende per mano e, come si fa con i bambini, ci insegna quale siano le cose da prendere sul serio e quelle che, man mano, volutamente od occasionalmente, dobbiamo lasciarci scivolare addosso lungo tutto il percorso della vita. Fare bene per non pentirsene col tempo. Perché l’errore è sempre dietro l’angolo ed è tanto più grave quanto più incosciente è il modo con cui lo si commette. Una volta perduti in esso non c’è più verso per una possibile pace interiore (la cui mancanza è quella che ci lacera di più) e sarà, quindi, saggio quanto consono, parafrasando Matthew (e Auden)  “lasciare che i vigili indossino lunghi guanti neri. Gettare un osso al cane affinché non abbai. Spegnere il sole e tirare giù le stelle perché non le vorrà più nessuno. Perché di lì in poi niente servirà più a niente”.
Alessandro Amantini

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