Il falò delle…banalità. Passione sinistra

Il falò delle…banalità. Passione sinistra.
 Avviso ai lettori. Se non avete mai visto Passione sinistra, pur essendo cultori di cinema, semplici appassionati o estranei alla materia, continuate a non farlo. Perché di motivi per disertare quest’opera, che purtroppo sarà considerata film almeno in Italia, ce ne sono molti. Dal regista di Santa Maradona, Marco Ponti, ci aspettavamo sicuramente qualcosa di più. Ma quel qualcosa di più che manca non è da ricercare in fase registica, che nello stile tipico dell’autore ci trascina con un ritmo frenetico, primi piani e piani sequenza sincopati, una colonna sonora da urlo e stacchi e inquadrature che valorizzano gli interpreti e le location – una Roma diurna con i suoi musei e i suoi luoghi artistici principali e una bellissima villa al mare fuori porta fotografati benissimo – ma nel vuoto completo di sceneggiatura cui gli attori cercano inutilmente, attraverso il loro modesto mestierare, di riparare. Mancanza gravissima, visto che il film è tratto dall’opera letteraria Una passione sinistra di Chiara Gamberale, elemento che avrebbe dovuto aiutare gli sceneggiatori in fase di stesura (a meno che anche il romanzo di base non sia altrettanto banale…). La storia. Lui, Giulio (un Alessandro Preziosi completamente spaesato e fuori luogo), ricco industriale con ideali di destra, donnaiolo ma fidanzato con Simonetta, ragazza facile, oca e priva di intelligenza come tutte le accompagnatrici  degli uomini di destra (una Eva Riccobono credibilissima, probabilmente perché nei panni di sé stessa…) e con sorellina collegiale a carico ricca, viziata e ribelle ma più matura come ogni adolescente che si rispetti (una Rosabell Laurenti Sellers sempre godibile nel suo talento di attrice in erba). Lei, Nina (una Valentina Lodovini sempre più incerta nel ruolo di attrice emergente del panorama cinematografico italiano), ragazza appartenente al ceto medio con ideali di sinistra, fresca della morte del padre che si scoprirà essere stato omosessuale grazie al suo compagno Serge (uno Jurij Ferrini su cui evitiamo ogni commento recitativo), fidanzata con Bernardo scrittore di sinistra (un Vinicio Marchionni perfetto che gigioneggia simpaticamente nel ruolo di seduttore) e amica di Martina (una Geppi Cucciari che cerca di salvare il salvabile riuscendo ad essere l’unico vero spunto di comicità vera e non involontaria del film). Giulio e Nina, quindi, si incontrano perché lui vuole comprare la casa al mare del padre morto di lei e si innamorano, mentre i rispettivi partner, Bernardo e Simonetta, si perdono in un vortice di passione che farà capire a entrambi di non essere giusti per i due protagonisti e che la vera libertà sta nell’essere sé stessi. Il tutto avviene in un susseguirsi di scontri verbali banali, appunto, e agghiaccianti sugli ideali contrastanti delle due fazioni politiche. Mentre Giulio affoga nel cinismo e nella lussuria, elementi tipici del benessere ostentato di destra, Nina si perde nei falsi moralismi e nell’ipocrisia di Andrea Splendore (il giovane esordiente Glen Blackhall, già visto nella fiction Mediaset Il Clan dei camorristi), politico arrogante, candidato sindaco con amante minorenne e perfetto stronzo, che le affida la stesura del suo discorso di insediamento. La vittoria del ragazzo rappresenta quello che è davvero oggi la sinistra, uno specchietto per le allodole dove gli ideali fanno scudo a ben altri vizi e piani oscuri, mentre la scelta di Nina di abbandonare il politico non scrivendogli il discorso facendosi mettere incinta da Giulio per colmare il suo desiderio di maternità crescente, rappresenta la salvaguardia dei valori, una fortissima fiducia nel futuro e una discesa a compromessi. Discesa che risulta evidente nella scena finale dove i due protagonisti si incontrano e forse, nonostante le diversità, riusciranno a vivere insieme e a costruire il futuro stesso, metafora messa in scena malissimo del compromesso storico dove destra e sinistra unite (Giulio e Nina, appunto) pongono in essere qualcosa di positivo (il bambino che nascerà). Il falò delle banalità, appunto. Non c’è uno spunto interessante, la recitazione è piatta quanto i dialoghi, i cliché abbondano rendendo il film insignificante. E quello che spaventa di più è che Eva Riccobono, ribadiamo perfetta nel ruolo assegnatole (ma la motivazione a tal proposito non la ripeteremo…) per questa interpretazione è stata candidata al Nastro d’Argento nel 2013 e ha vinto, sempre per la medesima nello stesso anno, il Ciak d’oro. Segnali terrificanti che mostrano il deserto di talento che avanza nell’attuale cinematografia nazionale. Perché se davvero Passione sinistra è considerato dalla critica un film con dei valori e un’opera portatrice di messaggi, vuol dire che non ho capito niente di quello che ho visto (tipico atteggiamento delle sciacquette di destra prive di cultura) e allo stesso tempo non so se ho ancora tempo per recuperare il vuoto culturale in cui vivo (tipico atteggiamento presuntuoso degli intellettuali di sinistra). Se poi il cameo finale di Marco Travaglio, forse ubriaco quando ha detto di sì alla collaborazione, è grande cinema, allora vuol dire che non ho speranze, se non quella di emigrare all’estero in cerca di fortuna. Ma questa è un’altra storia…
Giorgia Amantini

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