DOM HEMINGWAY Finalmente Jude ha trovato la sua dimensione filmica.

Dom Hemingway, black comedy in pieno stile british, scritta e diretta da Richard Shepard, non è certo un film che rimarrà negli annali della Settima Arte, ma di sicuro ci lascia in ricordo una strabiliante interpretazione di Jude Law che, superati i 40 anni, ha finalmente deciso cosa fare da grande: l’attore di cinema. Era ora. Meglio tardi che mai, direbbe il saggio. Nel senso che dopo aver speso mezza carriera in performance abbonate al clichè del bello-biondo-tenebroso-sexy-ribelle, un po’ psicotico un po’ romantico, e non certo campione di espressività, ha capito che o continuava a reiterare sé stesso in modo stereotipato, assicurandosi un futuro pigro ma ricco “alla Hugh Grant”, oppure cominciava davvero a “sporcarsi le mani”, e ovviamente il faccino imberbe, per lavorare come un autentico professionista del mondo della celluloide. Molto astutamente, magari ben consigliato dal suo agente, il buon Jude ha scelto la seconda opzione. Scorrendo la sua lunga filmografia si potrebbero cronologicamente collocare  i prodromi di una svolta nel 2009, anno in cui gira il primo capitolo dello Sherlock Holmes di Guy Ritchie: il ruolo secondario dell’assennato dottor Watson gli ha giovato senza dubbio, lasciando tutto il peso della buona riuscita del film alle istrioniche capacità di quel demonio irriverente di Robert Downey Jr.; poi il processo di crescita è proseguito grazie alle esperienze con ottimi direttori d’attori come Steven Soderbergh in Contagion ed Effetti collaterali, Fernando Meirelles in Passioni e desideri, Joe Wright in Anna Karenina (era il vecchio e calvo Karenin) e naturalmente il maestro Martin Scorsese seppur in un piccolo ruolo di Hugo Cabret; infine la maturazione – si spera definitiva e senza crisi di rigetto – con le ultime due pellicole uscite in sala nel 2014 e nel 2015: Black Sea, piccolo gioiello claustrofobico diretto da Kevin Macdonald (quello di  L’ultimo re di Scozia) e appunto Dom Hemingway. Addirittura una leggenda metropolitana circolata sui social network narra di un Law costretto a ingozzarsi di cibo da fast food per diversi mesi allo scopo di ingrassare più di 10 kg per calarsi nella parte di un personaggio tanto sgradevole quanto esilarante, proprio in virtù della prestazione volutamente sopra le righe ma mai farsesca o gigioneggiante del nostro eroe. Che in realtà dà vita ad un anti-eroe perennemente ubriaco, manesco, volgare, razzista, sessista, ignorante ma tuttavia fascinoso – nonostante i capelli impomatati, la barba stravagante, le occhiaie da sbronza, lo sguardo spiritato – e sotto sotto tremendamente onesto a tal punto da risultare ingenuo, quasi idiota nel modo in cui si lascia fregare dai suoi antagonisti e in generale dalla vita. Eppure sempre con uno stile dignitoso e malinconico, del perfetto fallito ma di successo, orgogliosamente superbo pur nella sconfitta. A partire dal folgorante e trivialissimo monologo iniziale, uno dei tanti in una pellicola costellata di dialoghi scoppiettanti e soliloqui rabbiosi del suo protagonista. Insomma, uno di quei personaggi che ormai raramente vediamo trasposti sul grande schermo, e quand’anche ciò accade chiunque li interpreta non può fare a meno di scadere nel ridicolo involontario o nel demenziale non-sense. Invece Jude Law stupisce: per 90 minuti tiene in piedi il film lasciando costantemente in bilico la suspense per le peripezie del suo Hemingway (non cercate riferimenti al famoso scrittore perché non ci sono) senza mai un calo di interesse o una mossa scontata, eccezion fatta per il finale eccessivamente buonista, richiesto probabilmente dalla produzione inglese, che in un certo senso tarpa le ali all’audace volo di una sceneggiatura briosa che avrebbe meritato più libertà, così da iscrivere l’opera complessiva nell’antologia dei “cult” (ma non è escluso che ciò possa avvenire ugualmente nel corso degli anni, quando i film passano e il pubblico che li metabolizza ne etichetta la categoria per definirne o meno il successo). Eppure il leitmotiv della trama è talmente semplice da risultare un déjà-vu: ladruncolo di casseforti esce di galera dopo 12 anni durante i quali ha protetto i veri colpevoli e prova a reinserirsi nella vita all’aria aperta cercando un compromesso con il suo turbolento passato, fatto di una famiglia tradita e abbandonata, una moglie deceduta di cancro, una figlia (Emilia Clarke) ormai cresciuta che lo odia e una serie di amicizie pericolose nel mondo del crimine (Richard E. Grant, Demián Bichir, Madalina Ghenea, Jumayn Hunter) che perpetuano ancora le loro truffe o reclamano la loro vendetta. Senza dimenticare gli abusi di alcool, droga, sesso. Ma poi ci si mette anche il Fato a sparigliare le carte di un perdente in cerca di redenzione. Perché, come osserva lo stesso Dom in un momento di disperazione, “un uomo senza più scelte improvvisamente ha tutte le scelte del mondo”.

Giustino Penna

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