…e per regalo l’Inferno. Il Natale di Pupi Avati

Un tavolo verde, cinque giocatori e come posta in palio la vita. La partita di Poker più famosa del cinema italiano vede coinvolti attori di livello altissimo tra cui giganteggia (non a caso vincendo la Coppa Volpi per la migliore interpretazione) Carlo Delle Piane (il mefistofelico avvocato Santelia). Al suo fianco un giovane Diego Abatantuono in gran spolvero il quale, abbandonati i tic e le battute da terruncello trapiantato, ci restituisce l’interpretazione della vita (quella dell’imprenditore Franco Mattioli), di un uomo posseduto da un demone pericolosissimo che con le sue poste si accaparra un’intera vita e il tempo che con lei scorre inesorabile. A fronteggiare i due attori ritroviamo i fedelissimi di Pupi Avati, Alessandro Haber (lo squallido critico cinematografico Gabriele Bagnoli) e Gianni Cavina (il viscido Ugo Bondi). Ospite d’eccezione è George Eastman (Stefano Bertoni) il quale mette a disposizione la sua villa per la ludica impresa. Regalo di Natale (1986) è un film amarissimo in cui Avati, con inaudita ferocia, trascina i protagonisti (e lo stesso spettatore) in un baratro profondissimo dove progressivamente prende forma una “deumanizzazione” (“E’ una strana notte per giocare….” dice Santelia agli altri, mentre tutti guardano fuori la finestra il trascorrere di un gelido Natale) pronta a deflagrare in tutta la sua inquietante potenza nel tremendo epilogo finale. I personaggi vengono delineati mediante un percorso conoscitivo che si avvale di uno stile volutamente freddo, sterile, ma aderentissimo alla trattazione del tema. Tutti loro portano come posta al tavolo da gioco, non solo soldi, ma le proprie pene e le proprie frustrazioni con la speranza che una buona mano possa lenire quella profonda frattura che ognuno porta dentro. Ugo Bondi è un imbroglione di mezza tacca con un divorzio alle spalle ai limiti del grottesco. Bagnoli è un personaggio sgradevole, piccolo moscerino continuamente schiacciato dal sistema lavorativo da cui è sempre relegato a ultima ruota del carro. Mentre il ricco Bertoni, mettendo a disposizione la sua villa, fa da simil Caronte, traghettando le loro anime perse verso l’Inferno della ludopatia. L’imprenditore Mattioli è costantemente preoccupato dell’andamento della sua catena di cinema, vivendo amori improvvisati ed essendo lacerato dal ricordo di un amore per una donna, Martina (Kristina Sevieri) che si scoprirà presto essere stata l’oggetto di lite tra Franco e l’ex amico Bondi. Il personaggio di Martina è fondamentale in quanto risulta essere non solo l’ideale collante che unisce gli incontri tra i diversi personaggi durante l’intera pellicola, ma anche la trasposizione, quasi metafisica, del loro stesso passato rappresentato come un momento veloce e tormentato andato via per sempre. Il primo ad incontrarla casualmente presso un ristorante di una stazione, sarà proprio l’avvocato Santelia il quale trarrà dall’occasione, forse, una delle più squisite (ma non ingenue) diatribe lessico-concettuali della pellicola: “Ho incontrato alla stazione una donna e le ho chiesto se era una prostituta. Lei mi ha risposto: No. Mi dispiace”, dice ai partecipanti alla partita di Poker e continua: “Secondo voi perché ha detto mi dispiace? Magari avrebbe voluto esserlo? Forse è stato un peccato per tutti e due.” Immenso Carlo Delle Piane. Il suo Santelia è un personaggio a metà strada tra il candido e l’inquietante freddezza. Una persona sola, metodica con i propri riti (si pensi alla severità con cui non transige sul modo in cui deve essergli servito il suo piatto preferito: patate lesse calde senza condimento). Malato di gioco, ma lucido baro il quale in un finale shock sarà fautore del regalo di Natale più terrificante di tutta la storia della ludopatia. Pupi Avati, ai massimi livelli, abbandona per un breve momento l’Horror puro (suo lo splendido La Casa dalle finestre che ridono [1976] e Zeder [1983]) e ce lo mostra come componente esistenziale ancorata dentro gli uomini, come conseguenza di accumuli di sbagli, convinzioni, convenzioni e convenienze. Come un moderno Torquemada, infligge una punizione violentissima ai mille modi di vivere riducendoli a uno solo, quello che si basa sull’egoismo a volte specchio di un forzato non voler scendere a patti con la propria coscienza. Il finale di Regalo di Natale è forse il più cupo e feroce esempio di umiliazione umana, cercata e non voluta, ma comunque subita senza lasciare speranza a possibili redenzioni. Un respiro che viene trattenuto per qualche secondo, spezzandosi improvvisamente tra sadici “rallegramenti”, talmente doloroso da non lasciare tempo neanche alle lacrime di scendere. Psicologicamente terrificante.
 Alessandro Amantini

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