“The Gunman”. Ovvero, quando anche Sean Penn si dà all’action

C’è un motivo preciso se un “peso massimo” di Hollywood come Sean Penn – due volte premio Oscar (Mystic River, Milk), pluricandidato per una moltitudine di awards, star adorata dalla critica Usa e Ue (a Cannes ormai è di casa) e apprezzata dal pubblico per il suo carisma da duro ma sempre al servizio di una buona causa – abbia scelto di cimentarsi per una volta nel ruolo del protagonista di un action movie pieno zeppo di sparatorie, scazzottate, fughe e inseguimenti, esplosioni, torture, omicidi come se piovesse in India durante la stagione dei Monsoni e, soprattutto, tanto, ma tanto, ma veramente tanto testosterone da far invidia alle dosi massicce del viril ormone profuse nel corso degli ultimi 30 anni da Arnold Schwarzenegger, Sylvester Stallone, Bruce Willis (old generation) e Vin Diesel, Jason Statham, Dwayne “The Rock” Johnson (nuove leve) messi insieme!TA3A3152.CR2
Qual è questo motivo? Semplice: la denuncia diretta dei crimini cruenti che l’Occidente opulento perpetra nei confronti delle popolazioni povere dell’Africa, la cui unica “fortuna” è quella di calpestare una terra turgida nelle sue viscere di pietre parecchio preziose (leggasi diamanti) e minerali metallici monetizzabili dalle industrie dell’hi-tech (come il Coltan, usato per le finiture elettroniche dei nostri computer e telefonini). E, quando si tratta di fare luce sulle storture sociali ai danni dei più deboli per sensibilizzare l’opinione pubblica distratta, il faro di Penn è sempre pronto ad accendersi, sia per illuminarci nel buio di una sala cinematografica (basti pensare agli “emarginati” di Mi chiamo Sam, 21 grammi, Milk) sia per spostare i riflettori dei mass media su di sé mentre si rimbocca le maniche tra le tenebre del fango portato dall’uragano Katrina in Louisiana o tra l’oblio delle macerie del terremoto ad Haiti.
In The Gunman il campo di battaglia è la Repubblica Democratica del Congo, dove un team di mercenari al soldo delle lobby britanniche è disposto a tutto per favorire le politiche economiche dei colonialisti a scapito della sovranità, della libertà e della vita stessa degli autoctoni. Il “pistolero” Jim Terrier (Penn) prima spara e centra il bersaglio, poi si pente e prova a redimere la sua mano insanguinata, ma è troppo tardi perché orde di ex amici traditori e squadroni della morte addestrati (male) per ucciderlo gli danno la caccia in un vorticoso viaggio tra Kinshasa, Londra e Barcellona, che avrà il suo culmine all’interno di un’arena gremita da una folla festante che assiste con la bava alla bocca ad una corrida: come a dire, il popolo vuole sempre vedere il sangue, perché il diletto viene prima dell’intelletto. Che poi è la metafora stessa alla base del film: offrire apertamente allo spettatore un testo di intrattenimento puro e show adrenalinico per veicolare a livello subliminale un sottotesto di riflessione morale e coscienza civica. Se poi nella memoria del cinefilo medio-basso rimane solo il fisico palestrato del 55enne protagonista allora la colpa non può essere necessariamente di Sean Penn. Che, oltre a interpretarla, si è scritto e prodotto questa pellicola, adattandola dal romanzo “Posizione di tiro” di Jean-Patrick Manchette; e, a quanto si racconta, ha avuto un peso specifico anche nella decisione di avere al suo fianco come first lady del film l’italiana Jasmine Trinca. Per la musa più giovane di Nanni Moretti è stata un’impresa non solo recitare in inglese, ma anche evitare di restare schiacciata tra due titani della Settima Arte come appunto Penn da un lato e Javier Bardem dall’altro, che per fiction si contendono le sue grazie a suon di pugni rotanti e dialoghi taglienti. Alla lunga e a fatica anche lei se la cava, ma a noi italiani la sua presenza e la sua voce originale nel doppiaggio provocano lo stesso effetto stonato che abbiamo ancora oggi nel rivedere e risentire la stridula Valeria Golino stritolata nella morsa tra Dustin Hoffman e Tom Cruise in Rain Man.
Notevole, invece, il resto del cast maschile, anche se i personaggi che interpretano sono poco sfumati e frettolosamente tratteggiati, con i buoni troppo onesti da una parte (Ray Winstone, Idris Elba) e i cattivi davvero villani dall’altra (Mark Rylance e il già citato Bardem). Insomma, il regista francese Pierre Morel avrebbe dovuto sforzarsi un po’ di più nel approfondire visivamente alcuni caratteri, ma osservando attentamente il suo curriculum (Banlieue 13, Io vi troverò, From Paris with Love) si capisce bene perché la sua maggiore concentrazione sia rivolta a inquadrare un’emorragia addominale e a zoomare su un braccio spezzato. Tanto per la solidarietà e l’impegno umanitario c’è già Sean Penn.

Giustino Penna

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