Le nove anime del Donatello. Il successo di Munzi.

Film anomalo nel panorama italiano. Coraggiosamente in controtendenza e puramente anticommerciale, Anime Nere (2014) del regista romano Francesco Munzi, tratto dall’ omonimo romanzo di Gioacchino Criaco del 2008, è un film necessario al fine di rimuovere quella passività autoriale che lo star system contemporaneo nostrano ha reso imperante. Lavorando in modo minuzioso sulla descrizione dei particolari al fine di darne più significato che ausilio, Munzi ci regala uno spaccato inquietante e contemporaneo di un mondo ormai a noi troppo lontano. L’entroterra calabrese, l’Aspromonte, viene riproposto in tutta la sua durezza sia visiva che etnica. Fondamentale è la scelta di far parlare tutto il cast in puro dialetto calabrese (per capire il film è indispensabile l’ausilio dei sottotitoli) al fine di restituire quella linea di confine, quella “cortina di ferro” tra l’Italia e il Sud più profondo. Mentre con Gommora, Garrone apre l’analisi sociale alla luce del giorno incupendola con atti criminali e usanze di territorio, Munzi lavora al contrario: complice la magnifica fotografia elaborata da Vladan Radovic, la storia viene immersa nel buio totale, specchio delle anime che si muovono in un entroterra da girone dantesco in cui i rari colpi di luce identificano una sorta di impossibile redenzione da parte dei personaggi. L’ostilità della montagna e il respiro di un’epica familiare senza tempo, ci vengono restituiti dai lunghi fermo immagine del panorama e dai lenti piani sequenza con cui vengono sottolineati i momenti della pellicola. Se si pensa ad Anime nere come un film da vedere con il cuore rivolto all’azione, allora si abbandoni l’impresa, in quanto la pellicola è solenne e lenta come un corteo funebre al quale tutti i protagonisti, prima o poi, sanno di dover partecipare in prima persona (e non come semplici spettatori). Non si salva nessuno, sia che si venga uccisi o che si rimanga in piedi, girovagando con la morte nel cuore e nell’anima. Al fine di rendere più profonda l’analisi socio/geologica dell’entroterra calabrese, Munzi ci porta, come a bordo di una funivia, dall’Aspromonte a Milano e viceversa, evidenziando la dicotomia ambientale in cui il leader della famiglia ‘ndranghetista, Rocco (interpretato con eccellenza da Peppino Mazzotta), divenuto imprenditore con i proventi illeciti dell’attività criminale, si ritrova imbrigliato. Milano è un altro ambiente, ma le radici non si dimenticano, soprattutto se la vittima delle faide porta il nome di suo fratello Luigi (il bravo Marco Leonardi). La moglie di Rocco, Valeria (Barbara Bobul’ovà) rappresenta proprio questo dilemma etnico, in quanto incapace di comprendere anche una semplice chiacchierata tra i fratelli a tavola e non essendo gradita al Sud dalla stessa famiglia di Rocco. Lo stesso dilemma di Rocco viene vissuto a Sud, dal fratello maggiore dei tre, Luciano (Fabrizio Ferracane) il quale cerca in ogni modo di salvare suo figlio Leo dalla vita malavitosa e di non far scatenare una guerra a causa dell’intemperanza di quest’ultimo. Tutto intorno ai protagonisti scorre un mondo dal sapor di Medievo contemporaneo con i suoi matrimoni combinati, consuetudini manichee e maniacali e le donne che recitano il lutto dei santi mentre gli uomini sono impegnati in trincea. Finirà in tragedia, ma non la solita. Un finale shock è dietro l’angolo ed il suo esplodere sancirà l’oscurità delle anime decantate in questa poesia nera, la quale si ammanta di solennità anche grazie alla magnifica colonna sonora elaborata da Giuliano Taviani. Anime Nere è un film che fa riflettere sul fatto che quando il cinema italiano vuole, esiste ancora ed è ancora molto forte e di ampio spessore. Ad avercene. Pioggia di riconoscimenti tra cui nove David di Donatello (miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura, miglior produzione, miglior fotografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora, miglior canzone originale Anime Nere e miglior sonoro), due Ciack d’Oro (miglior sonoro in presa diretta e miglior montaggio), tre riconoscimenti al BIF&ST Bari Film Festival (miglior regia, montaggio e produzione) e vincitore alla 71° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per la miglior regia e il miglior produzione. Tutti meritatissimi.
Alessandro Amantini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...