Quel famoso lunedì di Adriano

Scritto, sceneggiato, montato, musicato e interpretato da Adriano Celentano, Joan Lui –Ma un giorno nel paese arrivo io di lunedì (1985) non può certo definirsi un’opera non sentita da parte dell’attore/cantautore milanese, il quale vi riversa tutte le sue convinzioni/ossessioni spingendosi ai limiti del kitsch più estremo e del delirio di megalomania gridato e mai nascosto sotto falsi perbenismi. Recensione, quindi, negativa? Niente affatto. Proprio a causa della stravaganza filmica che ci viene proposta, il progetto, sia su carta che visivamente, risulta talmente fuori dagli schemi da risultare estremamente interessante. Terreno fertile per le convinzioni cattoliche di Celentano e mezzo di veicolazione per tutto il repertorio nonsense tipico dei sui precedenti lungometraggi, Joan Lui è un’opera chiave nel cinema italiano in quanto rappresenta il punto di frattura tra esigenze autoriali e necessità di produzione. Il caso cinematografico dell’anno comportò non pochi problemi alla Cecchi Gori Group portando la pellicola sul banco della censura per ben tre volte dal cui processo scaturirono altrettante versioni, due delle quali contestate dallo stesso Celentano. La prima distribuzione nelle sale italiane (enorme flop), vedeva Joan Lui in una versione semi – integrale (circa 163 minuti) col tempo divenuta integrale dato che la primissima versione toccava più di tre ore di durata e non fu mai presa in considerazione. La versione di 163 minuti risulta introvabile (unica copia è quella trasmessa dall’allora TMC nei primi anni 90) dato che per la distribuzione in Home Video è stata autorizzata la terza di durata pari a circa 125 minuti. Cause di tali mutilazioni sono di natura prettamente economico-distributiva, ma è indubbio che vi furono anche complicazioni a livello cattolico in quanto il film, nonostante dichiaratamente schierato in favore della Chiesa, ne ricalcava la liturgia in forma musical con eccessi di colore sia sotto il punto di vista politico sia sotto quello più squisitamente shock (si pensi alla scena che vede Celentano in croce venir ricoperto dalle feci da parte dell’Anticristo Jarak [Haruhiko Yamanouchi] che le aveva appena “generate”). Di per se il film ricalca l’avvento del nuovo Messia che, in un lunedì di un anno imprecisato, torna sulla Terra per reclutare nuovi discepoli con i quali iniziare una nuova fine del Mondo ormai arrivato sul baratro dell’autodistruzione. Tutto torna. La morale cattolica, il senso del perdono, la storia d’amore con la Maddalena redenta e addirittura i trenta denari, che vediamo materializzarsi nella parte conclusiva della pellicola. Ciò che però rende la pellicola godibile (o indigesta per altri) è il “metodo” con cui Celentano identifica le fasi evolutive della nuova Passione. D’antologia il delirante discorso intrapreso dal protagonista col suo primo discepolo Winston interpretato, con il solito grande mestiere, dal compianto Gian Fabio Bosco. E mentre tutto intorno crolla tra rocamboleschi inseguimenti, rapimenti e omicidi, i due danno inizio al lungo peregrinare di parole e paradossi a cui Celentano ci ha da sempre abituati. Di lì a poco, si uniranno a lui anche personaggi come il musico il cui volto è quello di Mirko Setaro (leader del gruppo comico Trettré), il coreografo interpretato dal ballerino professionista Andrè De La Roche (sue le belle coreografie del film), e Judy Johnson (Marthe Keller) una forma di impresario/traditore (non a caso il nome richiama Giuda) al quale Joan Lui aveva affidato la sua immagine di cantante/profeta che però lo venderà ad un’altra casa produttrice (forma di compravendita celante il tradimento fatale dei tempi biblici). Tutti i protagonisti saranno votati alla vita eterna che avrà come anticamera la catastrofica e lunghissima scena dell’Apocalisse a chiusura della pellicola. Ma Joan Lui, non rimane solo una pellicola con cui Celentano riesce a dar sfogo alle sue velleità di megalomania profetica, ma trae energia (e censura) anche nell’affrontare a viso aperto questioni politiche, che seppur trattate in modo dozzinale e al limite del delirio linguistico-visivo (si pensi a Claudia Mori nei panni della giornalista Tina Foster che, nei sogni di pace di Joan, corre con una tunica rappresentante l’unione delle bandiere delle nazioni con tanto di corona simil Statua della Liberta!) tendono ad essere gridate in modo intimista e scomodo. Esemplare è il monologo verso la fine della pellicola in cui Joan Lui si cimenta di fronte alle telecamere accese in mondovisione, in cui gli stati vengono identificati nella loro coesione economico-sociale come corporazioni fonte di uno strato di merda che ricopre il pianeta (frase che suscitò nell’opinione pubblica italiana non poche perplessità e ritorsioni). Altra provocazione è l’individuazione del Male nel Medio Oriente identificando in Jarak un sedicente Anticristo dagli occhi a mandorla. E mentre il Male dilaga, le convinzioni cadono. Anche quelle della lotta partigiana che trovano il canto del cigno nella redenzione della Maddalena/Claudia Mori dai suoi intenti rivoluzionari (non a caso è capo-redattrice di un giornale comunista con tanto di inquadrature in primo piano di poster rappresentanti Falce e Martello). Guerra personalmente fredda di un Celentano ai limiti della patologia (anche in termini di costi di realizzazione della pellicola) che però non disdegna l’annientamento commerciale in nome di una ricercata controtendenza cinematografica. Resta impressa la magnifica colonna sonora spiritual/rock realizzata dallo stesso cantautore che, come la pellicola, rappresentano tracce di cinema realizzato in modo artigianale, quando ancora ci si poteva permettere di scegliere in un’Italia sempre più vicina a quella rappresentata nel film. Joan Lui rappresenta ognuno di noi, spaesato e non compreso in una società che, nel bene o nel male, va avanti evidenziando il miracolo proprio in questo stato di preservazione. A volte si trova l’Inferno convinti che sia il Paradiso. A volte è vero anche il contrario.
Alessandro Amantini

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