Anime in guerra. La sfida di Michael Mann

Ci sono film su storie di persone e film di persone che le storie le scrivono. Heat-La sfida (1995), nonostante la veste action, appartiene alla seconda categoria. Michael Mann manipola per l’ennesima volta la sua materia prima, la notte, e cala luci e ombre su di una lettura stratificata del dolore insito nell’animo umano. Lo scontro tra il poliziotto Terence Vincent Hanna (Al Pacino) e il rapinatore Neil McCauley (Robert De Niro) ha il sapore dell’epica, ma anche di un terribile scambio di vedute sull’amoralità dell’essere. Due moderni Nosferatu che “ormai non attribuiscono più importanza alle scintillanti fontane che alla gioventù piacciono tanto”, ma che restano soli nel buio, con i propri pensieri e nello sfacelo delle proprie vite. Se Hanna concepisce la giustizia come unico mezzo con il quale far rispettare i diritti e i doveri di cui ognuno di noi viene rivestito sin dalla nascita, è anche vero che la sua totale devozione per il proprio lavoro tende a fargli raggiungere l’esatto contrario, calpestando gli stessi valori delle persone che gli stanno accanto come la terza, stanca moglie Justine (Diane Venora) e la problematica figlia Lauren (Natalie Portman). Situazione speculare, è quella di Neil il quale sacrifica la propria vita e il proprio amore in nome di un futuro sperato, meta raggiungibile solo attraverso il continuo perpetrare di atti criminali. Non si lavora e non si fatica, non si obbedisce alla vita. La si prende solo con la forza e la si fa propria. ìE l’amore e gli affetti? Sono solo delle componenti, degli effetti collaterali. Delle affezioni da cui “devi essere pronto a sganciarti entro trenta secondi in ogni momento della vita”. Tutti e due pagano a caro prezzo il fallimento insito nel calcolo matematico con cui definiscono la propria vita. Il dare tutto per scontato, senza considerare la variabile incontrollata del caso, dell’amore o della debolezza (Hanna si dispera per la situazione familiare che va a rotoli e Neil non riesce a trattenere il suo senso di vendetta, componente per lui fatale). Mann apre la speranza all’inutilità del vivere e la immerge nel sangue. Non importa se questo sia della vittima o del carnefice, ma quello che importa è che sia versato, quasi a divenire vero e proprio tributo. Memorabile lo scambio di considerazioni reciproche tra i due protagonisti al tavolo di un autogrill, dove assistiamo forse alla parte più drammatica della pellicola. Le confidenze (sogni in cui Hanna rivede le vittime di tutte le indagini da lui seguite, mentre Neil ha l’impressione di affogare in acqua) che i due si fanno, come fossero buoni amici, sono tasselli di un mosaico che ha come unico punto in comune il terribile quadro che va via definendosi nel quale ritroviamo due uomini, uno contro l’altro, pronti a non fermarsi di fronte al minimo ostacolo. De Niro e Pacino trasfigurano nei personaggi in modo impressionante ampliandone il senso del dovere (ognuno il proprio) e la propria personale visione dell’etica. Il regista statunitense affianca loro un cast di altissimo livello tra cui ritroviamo Val Kilmer (Chris Shierlis) e Ashley Judd (Charlene Shierlis), coniugi scellerati uniti da un amore funestato da litigi, ma profondissimo (eterno lo scambio di sguardi tra i due poco prima della fuga dell’uomo durante un piantonamento dell’FBI). A loro si uniscono Jon Voight (Nate, padre malavitosamente adottivo di Neil), Tom Sizemore (Michael Cheritto) e Wes Studi (Detective Casals), tutti soldati nella stessa guerra che, a poco più di metà film, sfocia in quella che si può senza dubbio definire come una delle più imponenti e memorabili rapine cinematografiche di tutti i tempi. Venti minuti di furore cieco dove mezzi e uomini cercano di sopravvivere in mezzo all’infinita pioggia di proiettili lungo le strade del centro di Los Angeles. Devastante nell’impalcatura visiva e fuori da ogni catalogazione classica, la scena dell’assalto della polizia alla banda di rapinatori appena usciti dalla banca svaligiata, rimane una vetta inarrivabile dell’action, in cui Mann non lascia nulla al caso. Gli sguardi, le urla, gli uomini a terra e quelli che sopravvivono, sono solo i vagiti di due distinte concezioni di amicizia e di vita, di due distinti branchi. Sensi di fratellanza in nome di valori opposti, ma anche la presa di coscienza dei delitti e delle pene e del giusto e dello sbagliato (memorabile Hanna che fredda Cheritto il quale, vistosi ormai alle strette, si fa scudo prendendo in ostaggio una bambina). Mann realizza il suo capolavoro indiscusso mai più superato (sia da lui stesso che dai suoi colleghi registi), un affresco di dolore e di vite alla deriva, mosse solo dal proprio senso di autodistruzione (l’impossibile storia d’amore tra McCauley e Eady [Amy Brenneman]) e destinate al fallimento (per Hanna la fine della caccia a McCauley coinciderà con la mancanza di un fine ultimo di vita). A dare spessore ai protagonisti, oltre  la magnifica recitazione degli attori che li interpretano, ritroviamo la stupenda fotografia elaborata dal fedele Dante Spinotti (sua anche quella per Manhunter – Frammenti di un omicidio [1986]) e Insider – Dietro la verità [1999]) caratterizzata da una magistrale cura delle scene notturne, ma anche da un’elaborazione quasi metafisica dell’estetica del sentimento di ogni personaggio. Montaggio egregiamente curato dalla “tetra-mirabilia” Rocco/Goldenberg/Hoenig/Rolf che restituisce tutto il ritmo forsennato del furore che muove mezzi e persone durante tutti i 170 minuti di durata della pellicola. Degna di nota anche la colonna sonora con le meravigliose esecuzioni di Elliot Goldenthal accompagnate dalle track di Michael Brook, Brian Eno e Terje Rypdal. Heat-La sfida è una vera e propria lezione di cinema, un “dogma” per tutti coloro che amano o che vogliono realizzare il genere d’azione. Cinema di grandi mezzi e grande produzione (60 milioni di dollari), che, però, non si piega a semplici velleità artistiche o a stanchi esercizi di stile. Una pellicola che scava nei personaggi e, tramite l’azione, ne fa esplodere tutte le contraddizioni, innescando un vero e proprio effetto domino in cui crollano tutte le certezze in nome di una dolorosa presa di coscienza. Di guerra in tempo di pace, quando anche i generali bandiscono le armi lasciando spazio alle lacrime. Mann all’ennesima potenza. Magistrale.
Alessandro Amantini

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