“Del banal schiaffo”. La provocazione di Genovesi.

Bravo Alessandro Genovesi. Finalmente un film sconvolgente e cattivo (non nei contenuti, ma nella forma) con il quale il regista milanese tira uno schiaffo all’attuale stato della  Settima Arte, ma anche un pugno in faccia allo spettatore. Soap Opera (2014) è un collage di storie volutamente banali che si intrecciano in un condominio che ci viene restituito, nella sua complessiva struttura, dalla formidabile fotografia di Federico Masiero che dà vigore alla sceneggiatura elaborata dallo stesso Genovesi. La fiera della banalità dipinta dalla pellicola diventa spina dorsale della sua stessa messa in scena con cui lo spettatore viene spiazzato nelle sue convinzioni e speranze. Il film rappresenta forse il primo esempio di cinema che usa come arma lo stesso vuoto creato da quel famoso share che sancisce, il più delle volte, la vittoria di operazioni scellerate e idiote. Fabio De Luigi (nel ruolo di Francesco) guida una squadra di attori affiatatissima composta da Cristiana Capotondi (Anna), Diego Abatantuono (nel formidabile ruolo del carabiniere Gaetano Cavallo), Chiara Francini (Alice), Ricky Memphis (Paolo) e Ale & Franz (i fratelli Gianni e Mario). Tutti danno vita a personaggi la cui superficialità, volutamente ostentata, si riversa in una recitazione talmente sopra le righe da dar a intendere il celare di un secondo fine, una seconda pelle. Proprio lo smentire tale presagio, sancisce la riuscita dell’intera operazione rendendo lo spettatore fautore della propria delusione. Alla fine della visione inizialmente ci si chiede il perché si è pagato il biglietto per andare a vedere una storia tanto elementare quanto banale, ma, a mente fresca, riflettendo sul significato della pellicola, ci si rende conto che è proprio quello il fine ultimo dell’operazione di Genovesi. Essendo banale quanto il proprio titolo, Soap Opera sferra una violentissima “spallata” alla falsa qualità troppo spesso fatta passare per garanzia o eccellenza da una TV coadiuvata da tutto quel bestiario umano che ne riempie il tubo catodico. La pellicola rappresenta uno spunto di riflessione con cui si comprendere il perché della scomparsa del cinema, del grande schermo, in nome di un venerato scempio para-televisivo. Elogiamo ancora una volta Alessandro Genovesi al quale va il merito di aver fatto della banalità, dilagante nello star system (attori derivanti dal trash di programmi da tronisti) e nei palinsesti della TV italiana (si strizza l’occhio a scempi, ad alto tasso di share, quali Il Segreto o Terra Ribelle), un’arma da piegare al proprio volere trasformandola nella classica “stessa moneta” con cui ripagare i torti subiti. E’ come se il regista desse la bicicletta agli spettatori dicendogli “L’avete voluta? E allora pedalate, ma molto lentamente e soprattutto… in salita”. E allora sì che possiamo dire: “Genovesi, per favore, ancora un altro schiaffo!”.
Alessandro Amantini

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