Il pugilato come segno di riscatto sociale: lo Stallone italiano Rocky Balboa

Nel 1976 un giovane attore/sceneggiatore italo americano di belle speranze, dalla mascella storta e dal fisico da culturista, sbarca a Hollywood e sfonda al botteghino dalla porta principale.Sylvester Stallone ha sempre creduto nel suo progetto cinematografico, la storia di un pugile dilettante che per sopravvivere nei sobborghi di Philadelphia fa l’esattore per un malavitoso locale e al quale viene data la grande opportunità di sfidare il campione dei pesi massimi in un incontro ufficiale per omaggiare il bicentenario della nascita degli Stati Uniti d’America, ma all’epoca non poteva certo immaginare che con Rocky avrebbe creato un personaggio che sarebbe entrato di diritto nella mitologia dei personaggi cinematografici di tutti i tempi, creando un fenomeno di costume che durerà fino ai giorni nostri. La storia di Rocky Balboa (Sylvester Stallone, appunto) a prima vista sembrerebbe la storia di uno sbandato, di un emarginato che a causa della sua origine di immigrato è condannato a restare nessuno per tutta la vita, un uomo solo, senza speranza, profondamente vittima della società in cui vive. Invece, la storia di Rocky Balboa è in fondo la storia di tutti noi, della nostra volontà di riscatto, del nostro non credere nei sogni rassegnandoci a vivere una vita meschina, senza ambizioni, schiavi del nostro ceto sociale senza apparente possibilità di riuscita fino a quando non passa il treno giusto. Che per Rocky si chiama Apollo Creed (Carl Weathers), campione del mondo dei pesi massimi che lo sfida in un incontro ufficiale solo per farsi pubblicità, credendo di poterlo finire tranquillamente in tre round. Ma così non sarà, perché Rocky quel treno speciale lo prenderà al volo, aiutato dal fido e irascibile allenatore Mickey (l’immenso Burgess Meredith), dall’amico Paulie (Burt Young) e dall’amore spassionato per sua sorella Adriana (Talia Shire). Proprio l’amore, infatti, ha un significato profondo nella psicologia del personaggio di Rocky: emarginato da tutti perché considerato uno spostato, Rocky trova la sua dimensione personale oltre che nello sport (dapprima visto solo come valvola di sfogo e strumento del mestiere poi pedina fondamentale per la crescita etica e morale del personaggio) soprattutto in Adriana, una ragazza trentenne bruttina, timida, commessa in un negozio di animali che è innamorata di lui a tal punto da fargli credere il contrario. Bellissimo a tal senso è il discorso che Rocky fa a Paulie riguardante proprio a Adriana, quel Ma che ci devo avere la Cadillàc per piacere a tua sorella? che esprime tutta la purezza d’animo del protagonista. Adriana sarà per Rocky la sua coscienza, il suo appoggio, la donna che lo ha scelto quando tutti lo ritenevano invisibile (a sua volta scelta dall’uomo nelle stesse circostanze), la sua forza di volontà e la sua ancora di salvezza nei momenti più bui. E quel grido liberatorio sul ring nel finale del film ne è la prova evidente, quell’Adriana! urlato a squarciagola da Rocky per essere riuscito a rimanere in piedi fino all’ultimo round, anche non vincendo, ma avendo lottato per poterlo fare. Perché Rocky è questo, è la filosofia di vita che tutti dovremmo avere: credere nelle nostre potenzialità, fare sacrifici per poter realizzare i nostri sogni, lottare per essi e cercare di riuscire a essere quello che davvero vorremmo essere. E se poi non ce la facciamo l’importante sarà stato aver combattuto, aver preso pugni in faccia e nello stomaco, ma essere rimasti in piedi fino all’ultimo, aver dimostrato di saper e poter lottare contro tutto e tutti per poter affermare di essere veramente uomini, nel significato più dignitoso e onorevole del termine. La sceneggiatura di Rocky, quindi, per quanto semplice e diretta, è comunque significativa tanto che Stallone verrà nominato agli Oscar come miglior sceneggiatore, appunto, e miglior attore protagonista. E pensare che la United Artists, inizialmente, non voleva Stallone come protagonista, ma dovette ricredersi pena minaccia da parte dell’attore di ritirare il copione e presentarlo ai concorrenti se non fosse stato lui stesso a interpretare Rocky. Il successo della pellicola, oltre al talento degli attori (soprattutto di quello di Stallone allora poco più che un esordiente) è comunque dovuto alla regia impeccabile di John Avildsen e alla musica trascinante di Bill Conti, quel Gonna fly now diventata un must almeno quanto quella di Star Wars di John Williams, tanto da essere ancora oggi utilizzata negli incontri ufficiali di pugilato come jingle iniziale. Dicevamo all’inizio che Stallone non avrebbe immaginato mai, nel 1976, di poter dare vita a un fenomeno che sarebbe diventato, di lì a poco, di portata mondiale. Costato tra mille difficoltà un milione di dollari, Rocky ne incassò in tutto il mondo 225, dando origine al mito. Al primo capitolo, infatti, ne seguiranno altri cinque (Rocky II, Rocky III, Rocky IV, Rocky Balboa diretti da Stallone stesso, mentre Rocky V nuovamente da John Avildsen), e proprio nel 2015 sarà realizzato il suo spinoff, Creed. Potremmo dire, quindi, che Stallone come la sua creatura ha preso il treno giusto e ha saputo far evolvere la figura di Rocky tenendola al passo coi tempi. In Rocky II, infatti, datato 1979, Rocky mette a frutto la sua conversione morale, smette di combattere a causa di un problema all’occhio destro, abbandona la malavita, sposa Adriana e con i soldi della borsa dell’incontro con Creed mette su casa. Ma quando i soldi finiscono il richiamo del ring si fa sentire sempre di più, la campagna denigratoria di Apollo nei suoi confronti riaccende in lui la voglia di rivalsa e, nonostante i problemi di salute di Adriana dovuti al parto difficile, Rocky, supportato sempre dal fedele Mickey, accetta la richiesta di rivincita di Creed sfidandolo in un duello ancora più memorabile del loro primo incontro, dove stavolta vince all’ultimo secondo dell’ultimo round dopo un doppio ko da vertigini. La regia, passata da Avildsen allo stesso Stallone non risente di lentezze, i ritmi degli allenamenti (l’immancabile scalinata su tutti!) e quelli del combattimento sono epici, Rocky e Apollo sembrano due samurai pronti a onorare le armi fino alla morte. Ovvio che le atmosfere cupe e opache del primo capitolo, dove Philadelphia veniva mostrata in tutto il suo degrado essendo la vera protagonista del film, lasciano il posto a tonalità più calde, dove gli stessi protagonisti, ormai più civilizzati rispetto al loro passato di povertà, diventano più nitidi come le loro esistenze. Esistenze che verranno stravolte e messe in discussione nel terzo capitolo della saga, Rocky III (1982), dove il nostro eroe diventa ricco difendendo il titolo mondiale conquistato con Creed, assapora il benessere e i lusso e dimentica le proprie origini umili, tradito persino dal fido Mickey che gli confida di avergli procurato incontri facili (non venduti) per proteggerlo dalla furia del pugile di strada e di colore Clubber Lang (MR T), ennesimo sfidante al titolo mondiale. Rocky, in quel momento, decide di non ritirarsi più e accetta l’ultima sfida per dimostrare di essere un pugile valido, ma cade alla terza ripresa sotto i colpi potenti di Lang a causa del malore mortale che colpisce Mickey prima dell’inizio dell’incontro. Morte che genererà in lui un conflitto interiore che lo porterà a una crisi depressiva dalla quale soltanto l’amore dell’adorata Adriana e gli allenamenti stressanti dell’amico Apollo riusciranno a tirarlo fuori, riportandolo sul ring contro Clubber e facendogli riconquistare il titolo perduto. Ancora una volta regista oltre che interprete, Stallone ci regala un introduzione da paura, l’ascesa al successo di Rocky parallela alla fame di conquista di Clubber sulle note dirompenti di Eye of the tiger dei Survivor, e uno scontro epico con Adriana, in riva al mare, che restituirà a Rocky la convinzione in sé stesso e nelle proprie capacità. Introduzione da paura che si ripeterà anche nel quarto capitolo della saga, Rocky IV appunto, dove sulle note della medesima canzone dei Survivor si cominciano a intravedere due guantoni che lentamente girano su sé stessi mostrando sul dorso, uno la bandiera degli Stati Uniti d’America, l’altro la falce e martello della bandiera sovietica. Pugni che una volta mostrati partono a razzo scontrandosi ed esplodendo, metafora molto edulcorata di quella Guerra Fredda che imperversava allora tra le due super potenze mondiali. Siamo infatti nel 1985, sulla scia dell’edonismo reganiano e Rocky IV, così come altre pellicole dell’epoca, Top Gun su tutte, intende sottolineare gli ideali di giustizia tipici della democrazia americana. La morte di Apollo, simbolo degli Stati Uniti d’America, durante un combattimento con il mastodontico soldato/sportivo sovietico Ivan Drago (Dolph Lundgren) ne è la testimonianza più alta, così come la decisione patriottica di Rocky di accettare la sfida dello stesso Drago in Russia, in campo nemico quindi, assoggettandosi ad allenamenti preistorici (il sollevamento pesi nel fienile col fuoco ardente acceso, le corse sulle montagne innevate fino a risalirne le cime, lo spaccare legna fino allo sfinimento, il sollevamento del carro con sopra Adriana e Paulie, quei Drago urlati sotto sforzo per darsi la giusta carica nell’affrontare la fatica sono rimasti nella storia del cinema sportivo) rispetto a quelli futuristici e dopanti dell’avversario. Rocky IV, quindi, è un simbolo, un messaggio, seppur esagerato, ai leader dei due Paesi affinché seppelliscano l’ascia di guerra in favore di una condivisione di intenti e di un disarmo per allentare le tensioni internazionali dell’epoca. E il monologo finale di Rocky sul ring davanti alle autorità sovietiche è un grido disperato, a suo modo certo, per il raggiungimento di una pace idealistica concreta (…se io posso cambiare…e voi potete cambiare…Tutto il mondo può cambiare…). Come nei due capitoli precedenti, anche qui la storia si ripete: Stallone è ancora una volta al timone e ci regala momenti di alta scuola registica. Il riferimento non è soltanto ai combattimenti e agli allenamenti che ormai, dopo tre capitoli, sono ben oliati e collaudati (vedi il sudore dei corpi, la saliva che spruzza dalla bocca, i paradenti che volano al tappeto, i guantoni bassi per i colpi ricevuti, gli occhi e i volti tumefatti a formare maschere di sangue indimenticabili) ma anche alla colonna sonora che in questo capitolo, oltre che al tema portante di Bill Conti, offre canzoni eccezionali: Eye of the tiger ancora una volta nell’intro e Burning Heart sempre dei Survivor a sottolineare l’arrivo di Rocky in Russia, Hearts on Fire di John Cafferty durante gli allenamenti in mezzo alla neve e, su tutte, No easy way out di Robert Tepper, trascinante durante tutta la scena notturna in automobile in cui Rocky, deciso a partire per la Russia sapendo di poter anche non fare ritorno, ripercorre tutta la sua vita con dei flashback degni dei migliori videoclip dell’epoca. Diventato ormai un mito per un’intera generazione (grazie anche al personaggio di Rambo che negli anni Ottanta gli dona ancor più fama e gloria del suo alter ego pugilistico) e trascinato da un pubblico di affezionati che ormai adora il personaggio di Rocky, Stallone accetta nel 1990 di girare, stavolta solo come attore, Rocky V ripristinando il sodalizio artistico con John Avildsen e riportando, nelle tematiche, la storia indietro nel tempo. Rocky, ormai devastato dai colpi di Drago e truffato dal suo commercialista, torna a vivere con Adriana e con il figlio nei sobborghi di Philadelphia dove, non potendo tornare sul ring, accetta di rimettere in piedi la vecchia palestra di Mickey e di allenare il talentuoso pugile di strada Tommy Gunn (interpretato dal vero pugile Tommy Morrison). Ma l’affetto e l’impegno che Rocky dà a Tommy incrinando il rapporto con suo figlio adolescente, non verrà ricambiato dal ragazzo che una volta diventato campione del mondo decide di sfidarlo per dimostrare al mondo intero di essere migliore di lui. Ma la sfida tra i due avverrà sull’unico ring che Rocky conosce e sa dominare, la strada, che ancora una volta gli porterà la dignità e la gloria che merita. Il discorso sociale del pugilato visto come arma di riscatto è il leitmotiv dell’intera saga di Rocky: orgoglio e voglia di rivincita contro la propria vita sono i valori trainanti dei primi due capitoli, autocoscienza e pacifismo rispettivamente quelli del terzo e del quarto, mentre l’umiltà è il motore principale del quinto. Capitolo, almeno all’epoca, conclusivo che fu un vero flop al botteghino a causa della percezione errata di uno stravolgimento del personaggio di Rocky da parte delle nuove generazioni (sono passati ben undici anni dall’esordio) che non colsero la sua vera essenza: tutto ciò che Rocky è nel terzo e quarto capitolo fa parte della sua psicologia, ma il vero Rocky è soltanto quello del primo, del secondo e del quinto capitolo, film legati da un filo immaginario che potrebbe prescindere anche dall’esistenza dei capitoli intermedi. Con Rocky V, infatti, potrebbero anche non esistere Rocky III e Rocky IV, perché la storia avrebbe uno svolgimento cronologico e logico perfetto, l’ascesa e la discesa di un uomo qualunque, la fortuna e la gloria conquistate e poi perdute a favore di una conquista ancora più importante: l’onore della propria dignità. Oltre al flop di incassi, va aggiunto anche che Rocky V merita un posto nell’annuario dei film più sfortunati di tutti i tempi. Come per altre pellicole in passato, anche questa ha portato sfortuna agli interpreti principali: nel 2012, infatti, muore per arresto cardiaco Sage Stallone, che nel film interpretava il figlio di Rocky, Robert, e nel 2013 Tommy Morrison, interprete di Tommy Gunn, distrutto dall’A.I.D.S. Dell’intera saga, poi, dopo ruoli epici anche Burt Young conobbe un periodo buio culminato con le varie collaborazioni artistiche prestate per alcune fiction italiane (Baciamo le mani su tutte, con Sabrina Ferilli e Virna Lisi, agghiacciante davvero), mentre Talia Shire, immensa nella trilogia de Il Padrino, resterà per sempre legata alla figura di Adriana. Ma Rocky va oltre tutto questo e poco vale se nel 2006, ben sedici anni dopo, Stallone ormai imbolsito e con i segni non dei pugni ma del botox sul volto, tira fuori dal cilindro il sesto capitolo, Rocky Balboa, dove tutto è un ripetersi di situazioni e banalità ormai conosciute tranne la morte dell’amata Adriana, piccolo inciampo di sceneggiatura che gli perdoniamo (così come perdoniamo Talia Shire per aver rifiutato, a ragione, il ruolo). Non sappiamo cos’altro ha ancora da dire questo personaggio, ma sappiamo che ancora una volta sbanca, dando origine addirittura all’idea uno spin off, quel Creed che uscirà presto nelle sale e che non sappiamo cos’altro potrà aggiungere all’epopea di Rocky (vedi il trailer qui sotto). Ma una cosa certa la sappiamo: che nessun altra saga sportiva potrà eguagliare il pathos, le emozioni e i momenti immortali che quest’uomo ci ha donato, tra tutti quell’ Io ti spiezzo in due che Drago pronuncia sul ring e che nessun’altra minaccia nella storia del cinema potrà mai scacciare dal linguaggio comune. Insomma, grazie Rocky, vecchio amico cinematografico che dopo quasi quarant’anni ci fai credere ancora che l’importante nella vita non è vincere, ma restare in piedi, diventando solo così vincitori veri.
Giorgia Amantini

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