I panni sporchi di Vittorio

La giustizia è morta. Quella di ieri, di oggi e quella futura. Questo è il grido disperato e accusatorio che nel 1952 Vittorio De Sica, con Umberto D., rivolge a quel certo “potere d’opinione” che nella figura di Giulio Andreotti tuonava, contro i film neorealisti (i quali non erano ben visti da buona parte della Democrazia Cristiana), affermando che i panni sporchi si dovevano lavare in casa. Forse perché di capolavori si trattava, certo, ma non solo di stampo cinematografico in quanto rappresentavano il credo di un popolo votato al sacrificio per una nazione irriconoscente. Ma, se pensiamo che a muovere le dette critiche, furono uomini come il citato (e defunto) ex Presidente del Consiglio il quale definì il povero Giorgio Ambrosoli come uno che, tutto sommato, la morte se l’era andata a cercare oppure che scherniva il lavoro di Falcone e Borsellino rispondendo loro di non cercare, inutilmente, scheletri nei suoi armadi in quanto vi avrebbero trovato solo abiti da sera, possiamo sicuramente valutare le loro critiche in ambito cinematografico con la stessa superficialità da essi utilizzata per la vita e il dovere altrui. Umberto D. è un capolavoro e questo è indubbio. Opera chiave del Neorealismo italiano e amaro spaccato della condizione dell’uomo medio italiano il quale, dopo una vita di stenti e con la meritata pensione, non riesce a sopravvivere ad un’Italia che, nonostante la ricostruzione, continua a distruggere. De Sica strizza l’occhio all’inutilità sindacale evidenziandone l’oscena “compravendita” nel “fai da te” a cui gli ex impiegati (ma anche il popolo tutto) devono ricorrere, scendendo in piazza, per far valere i propri diritti. Sempre avanti sui tempi, il regista sorano, coadiuvato dall’amico e sceneggiatore Cesare Zavattini, fotografa un’Italia che non c’è più almeno su carta, ma che continua, ancora oggi, ad oscurare il sole e a far mancare l’aria con le stesse pretese di allora. Consacrazione definitiva e ruolo della vita per l’attore “improvvisato” Carlo Battisti che fornisce al suo Umberto Domenico Ferrari un imprinting emotivo di levatura altissima. Le diverse fasi dell’ascesa del personaggio alla consapevolezza della negatività della propria condizione vitale, rimangono un’antologia dei vizi e delle virtù proprie dell’italico destino. L’affitto che non può pagare, lo sfratto e la distruzione morale (chiedere l’elemosina conservando, comunque, una propria dignità tanto da “ingaggiare” il proprio cane nel farlo al posto suo) a cui va incontro vengono immersi nello straniante bianco e nero “cullato” dalla magistrale fotografia del maestro Aldo Graziati che ne restituisce tutta l’intensa drammaticità, come drammatica ed emotivamente complessa è la scena-epilogo del tentato suicidio sulla ferrovia, in cui assistiamo ad un capovolgimento dei ruoli. Il cane (l’amato Flaik, amico di sventure) che salva, di riflesso, il proprio padrone da morte certa. De Sica, al suo meglio, accompagna lo spettatore proprio su quei binari e lo priva di qualsiasi afflato ottimista. Se ci si vuol salvare bisogna fare appiglio solo al proprio istinto di sopravvivenza, anche il più basso. L’uomo torna al branco e solo gli animali lo possono salvare, non più i suoi simili. Umberto D., girato più di sessant’anni fa, rimane vivo e attualissimo. Una fotografia non molto sbiadita dei nostri tempi. Cambiano le persone, i governi e il colore sostituisce la scala dei grigi, ma il nero più profondo ognuno di noi lo porta dentro. E’ quello di un’insoddisfazione dettata da cause e conseguenze di cui noi stessi siamo fautori. Insieme a Sciuscià (1946) e Ladri di Biciclette (1948), Umberto D. rappresenta un’ideale trilogia-mito del Neorealismo italiano. Un manoscritto dal rigore morale altissimo, lasciato ai posteri con l’intento di far capire che a volte serve, anzi è doveroso, aprire le finestre e appendere quei famosi panni per farli asciugare alla luce di un sole chiarificatore e onesto, sempre più oscurato dal comodo e dai vizi di altri, sempre più potenti, ma sempre meno uomini.
 Alessandro Amantini

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