…e Johnny prese la Bibbia. L’Antimateria di Carpenter

Quando si parla di John Carpenter è inevitabile che la mente ci riporti subito al suo capolavoro Halloween La notte delle streghe (1979), ma possiamo affermare che, nonostante ogni suo film possa essere considerato una tappa fondamentale nel suo percorso professionale e pietra miliare di genere, la sua opera più complessa e controversa rimane indubbiamente Il Signore del Male (1987). Avvalendosi di un “armamentario” scientifico- teologico tratto dalle più “nobili” teorie (si parla di percezioni spazio-temporali, di viaggi nel tempo e di Antimateria), il regista statunitense si misura con la religione e con l’anti cristianesimo nella sua dimensione più profonda. La storia si svolge in una chiesa sconsacrata adibita a centro di studi da una equipe di ricercatori capitanata dal coordinatore Dr. Howard Birack (Victor Wong, attore feticcio del cinema di Carpenter). Nei sotterranei del posto giace da tempi remoti un enorme cilindro contenente un liquido verde in continuo movimento che altro non è che il Male assoluto. I ricercatori, durante una delle loro escursioni, pagheranno a loro spese l’accidentale rottura del cilindro con fuoriuscita del contenuto il quale porterà un’infezione che non tarderà ad espandersi vertiginosamente. La trama sembra molto elementare, ma a farla da padrone è la messa in scena che ammanta l’intera vicenda di un alone esoterico potentissimo. I ragazzi intrappolati nell’edificio, infatti, sono afflitti da un sogno comune e ricorrente dove una figura, non molto visibile e con voce distorta, cerca di indurli a non commettere errori al fine di evitare un futuro che è quello da cui essa cerca di comunicare. Il futuro del sogno è il 1999 (non a caso 666 se le cifre vengono capovolte) che risulta logicamente accettabile se si pensa che la vicenda è ambientata negli anni Ottanta. Nel frattempo anche all’esterno della chiesa, comincia a dilagare il Male con i clochard del quartiere che cominciano a manifestare comportamenti strani e aggressivi. Estremamente inquietante (forse una delle immagini simbolo del cinema carpenteriano) la scena in cui una reietta, osservata da uno dei ricercatori, spinge un carrello da mercato pieno di sporcizia in uno stato di trance con lo sguardo rivolto verso il sole che man mano va scomparendo dietro nubi minacciose. A questo punto la macchina da presa riprende in primo piano la donna evidenziandone il viso che gradualmente va ricoprendosi di insetti. A capitanare la rivolta dei reietti c’è poi un barbone d’eccezione: il cantante metal Alice Cooper che regala a Carpenter un cameo indimenticabile. Mentre il Male dilaga dentro e fuori l’edificio, i ragazzi intrappolati al suo interno devono combatterlo forsennatamente. La ricercatrice Kelly (Susan Blanchard), ormai divenuta l’Anticristo, causa l’ingestione del liquido malefico, tenta di riportare nella dimensione terrena suo padre (il Demonio) intrappolato in uno specchio dell’edificio il quale altro non è che un pertugio per gli inferi. Ad aiutare i ragazzi, ormai decimati (infatti rimangono solo Brian [Jameson Parker] e Chaterine [Lisa Blount]), troviamo un grande Donald Pleasence nel ruolo di Padre Loomis (stesso nome del Dottore che combatteva Michael Mayers, l’assassino di Halloween, quasi ad identificare la vocazione dell’attore ad essere l’antagonista del Male). Sarà infatti lui, tramite il lancio di un’ascia, a frantumare lo specchio/porta solo, però, dopo il sacrificio di Chaterine la quale, avventandosi contro Kelly, cade nello specchio poco prima. La scena, una delle più formidabili sotto il punto di vista visivo, ci porta al di là dello specchio dove si vede una enorme mano (quella di Satana), sconfitta, tornare dietro oltre lo specchio mentre vicino ad essa Chaterine che, gridando, si perde nell’oblio dell’aldilà. Il film finisce in una stanza di ospedale dove Brian, durante il riposo, sogna di nuovo l’arcana figura che ripete con voce distorta l’avviso onirico di inizio film, ma stavolta il sogno non si interrompe e la macchina da presa si dirige verso l’oscura figura che scoprendosi il volto altri non è che Chaterine divenuta ormai l’Anticristo. John Carpenter sa lavorarsi addosso reinventandosi e plasmandosi per l’occasione a tutto tondo (una delle migliori doti di un artista  prima che un maestro). Con Il Signore del Male, ci regala una delle sue migliori prove dietro la macchina da presa, ma anche un’opera che getta le basi per una profonda discussione sul contrasto scientifico Materia/Antimateria creando un’analogia con il Cristo/Anticristo. Le teorie adottate per questa rilettura scientifica della teologia cristiana non risultano inventate anzi, tutti i riferimenti del film sono ancorati alle più recenti teorie relative ai viaggi spazio temporali e ai famosissimi Tachioni ovvero le così dette particelle che la metafisica identifica come anello di congiunzione tra la materia e l’antimateria. Lezione scientifica che si piega a espedienti filmici di altissimo livello, come succede di solito nei film del regista (si pensi all’allucinante viaggio del protagonista John Trent [Sam Neil] di Il seme della follia [1955] oppure al kitsch esasperato dei mondi sommersi di Grosso Guaio a Chinatown [1986]). Inoltre Il Signore del Male pone inquietanti quesiti sulla discutibilità delle credenze ecclesiastiche in base a teorie secondo cui la storia della Chiesa potrebbe celare addirittura un’inversione dei ruoli rappresentati nei millenni, i quali potrebbero, tramite la scienza, portare a un capovolgimento del sistema ecclesiastico arrivando addirittura ad identificare il Male nella stessa Casa di Dio (non a caso il liquido viene studiato e tenuto nascosto da millenni nei sotterranei  per paura di un suo sopravvento, ma anche per la sua ingombrante presenza con cui i fedeli avrebbero diritto a troppe spiegazioni da parte delle istituzioni clericali). Fanta teologia che portò al film non poche critiche e censure che poi si spensero di fronte al sapore più squisitamente fantastico dell’opera. Punto comune e fondamentale nella filmografia di Carpenter è poi la componente musicale. Lo score dei suoi film risulta essere importante per due motivi. Il primo è che quasi tutte le sue opere sono affidate alla fantasia creativa dello stesso filmaker. Il secondo sta nel fatto che le composizioni eseguite risultano sfuggire molte volte ad una precisa catalogazione musicale, in quanto frutto di contaminazione tra generi musicali e sperimentazioni sempre più spinte dell’uso del sintetizzatore (si pensi soprattutto all’impeccabile lavoro eseguito per Distretto 13 Le brigate della morte [1976] e 1997 Fuga da New York [1981]). Stilizzazione della musica che va a braccetto con una stilizzazione della violenza o della sua messa in scena. Il Signore del Male è il secondo capitolo della così detta Trilogia dell’Apocalisse cominciata  con La Cosa (1982) e terminata con il già citato Il seme della follia. E’ indubbio che negli ultimi anni John Carpenter ha decelerato nella sua attività relegandola ad operazioni minori (ma non per qualità) come Cigarette Burns – Incubo mortale episodio della prima stagione della serie Masters of Horror e  film come  The Ward – Il reparto (2010) in cui ritroviamo molti degli spunti che hanno reso grande il suo cinema sposando, però, in alcune sequenze la politica Torture Porn molto “di moda” in questi ultimi anni. Siamo comunque di fronte ad un vero e proprio maestro del cinema in generale, in quanto è errato identificare Carpenter con il solo genere Horror. Nell’arco di un trentennio il regista statunitense, infatti, ha saputo spaziare tra più generi (si trova conferma di ciò già dal suo esordio con il fantascientifico Dark Star [1974] con protagonista l’amico/regista Dan O’Bannon) operando una vera e propria contaminazione tra questi, dando adito alle sue opere di poter sfuggire ad una collocazione in una precisa categoria. Ogni sua pellicola fonde abilmente tutti i generi e nessuno al fine di spiazzare lo spettatore con trovate cinematografiche d’avanguardia, sempre piegate ad una visione autoriale geniale che mira dritto all’obiettivo senza patteggiamenti o prese di posizione e concedendo sempre allo spettatore la possibilità di una propria lettura del film. Nel caso di Carpenter possiamo parlare di una vera e propria “democrazia del messaggio” sempre pronta a scagliare critiche ma anche a riceverne. Patteggiamento filmico autore/spettatore di rara bellezza. Un cinema per “alzata di mano”.
Alessandro Amantini

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