Napule Bros. Il sound cinematografico dei Manetti.

Puro “Stile Coliandro” per l’incursione partenopea sul grande schermo dei Manetti Bros (al secolo i fratelli Marco e Antonio Manetti), Song’e Napule (2014) rappresenta una formidabile fusione di commedia e azione poliziesca. I due registi romani, muovendo i passi su di una sceneggiatura scritta a sei mani con Michelangelo La Neve, creano tramite un montaggio forsennato in puro stile videoclip (mondo a cui devono la loro “nascita” professionale) una storia che non lascia spazio a cadute di ritmo e a vuoti di situazione. Complice la splendida, ma anche drammatica, cornice dei quartieri poveri di Napoli, i “due fratelli” ne utilizzano l’ambient per incastonarvi dentro un collage di situazioni impazzite le quali si legano vorticosamente tra loro tramite un unico filo conduttore quale il matrimonio della figlia di un boss a cui partecipa un pericoloso latitante da catturare. La regia viene coadiuvata dalla prova di una squadra di bravissimi attori sui quali giganteggia Paolo Sassanelli, sempre a suo agio nella commedia, che ci regala un’interpretazione senza pari di un commissario antimafia, Cammarota, a metà strada tra il tragico e il grottesco. Impressionanti gli isterismi del personaggio, a cui presto ci si abitua, durante tutta la pellicola, di fronte ai quali non si sa se ridere o prendere serietà. Infatti possiamo dire che Sassanelli, al momento, è uno degli attori più completi del panorama italiano, in grado di potersi calare facilmente (quasi mimeticamente) in personaggi profondamente diversi l’uno dall’altro (si pensi al ruolo del maniaco in Ubaldo Terzani Horror Show (2011) di Gabriele Albanesi, parte che solo lui poteva riuscire a interpretare in quella maniera). A lui vediamo affiancarsi un altro grande interprete del nostro cinema contemporaneo quale Carlo Buccirosso che nel ruolo del Questore Vitali, ci regala una macchietta indimenticabile di una certa autorità ormai dimenticata negli scaffali delle raccomandazioni (esilarante l’incipit della pellicola che lo vede protagonista di un curioso monologo sul proprio lavoro). Terminano la squadra di attori Alessandro Roja nel ruolo del poliziotto infiltrato Paco Spillo pianista di talento che non sa sparare, Giampaolo Morelli nel ruolo del cantante neomelodico Lollo Love rapitore di “cuoricine” e Serena Rossi nel ruolo di Marianna sorella di Lollo. I Manetti Bros si affidano completamente alla verve degli attori lasciando a briglia sciolta le loro prove con le quali ci viene restituita la visione di un mondo nel mondo, quello di Napoli nell’Italia. Già, perché le figure dei neomelodici, cantanti sconosciuti oltre le porte di Napoli, rappresentano una realtà sotterranea che a volte, purtroppo, si mescola con quella malavitosa, creando una pericolosa rete di convivenza tra rassegnazione e ignoranza. I toni adottati in Song’e Napule risultano però addolciti, mai drammatici, ma sempre, però, rivolti, in modo latente, ad un discorso sociale mai banale e sempre occulto. L’insieme viene completato dalla musica che vede affiancate le canzoni puramente neomelodiche di Lollo Love ai brani musicali stile anni Settanta eseguiti per l’occasione da Pivio e Aldo De Scalzi (se i nomi non vi dicessero nulla allora potremmo dire New Trolls?). Lo score accompagna le imprese dell’ allegra compagnia in modo asciutto e sincero, senza sbavature e con ottimi tempi aderenti alle immagini che scorrono sullo schermo. Possiamo dire che quella dei fratelli Manetti risulta essere un’operazione sincera e onesta, di un genere che in Italia deve essere (secondo chi scrive) ancora del tutto metabolizzato (vedi le polemiche sulla cancellazione dai palinsesti televisivi della serie de L’ispettore Coliandro operazione qualitativamente superiore all’ambito televisivo, quasi più del film che stiamo recensendo) ma anche utile a capire quale strada intraprendere per combattere tutto lo squallore di quel bestiario umano che la tv e il cinema paratelevisivo ci propinano continuamente. Originale anche il titolo con la doppia interpretazione data dalla storpiatura italo-americana: “Sono di Napoli” oppure “Suono di Napoli”. Che i nostri Bros abbiano trovato un modo intelligente per parlare alle nuove generazioni?
Alessandro Amantini

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