Il prezzo dei sentimenti secondo Paolo Sorrentino

Potrà sembrare sacrilego, ma dimenticate La grande bellezza (2013), perché, secondo chi scrive (e non solo), l’Oscar per Paolo Sorrentino poteva arrivare già molto tempo prima. Non è in discussione l’impeccabile elaborazione tecnica del film premiato all’Academy, ma spostando l’attenzione dalla forma e tuffandoci nella ricerca della vera sostanza, possiamo senza dubbio affermare che L’amico di famiglia (2006) rappresenta uno dei capolavori del regista partenopeo degno del miglior riconoscimento. Purtroppo La grande bellezza risente di una forzata ricerca (e quindi esasperata ostentazione) di una perfezione stilistica a scapito di quella impalcatura narrativa che aveva reso famoso il regista in tempi passati. Con opere quali L’uomo in più (2001), Le conseguenze dell’amore (2004) e Il divo (2008), Sorrentino aveva dato voce e visione a tutto quell’ underground di sentimenti borderline che è la materia più difficile da esaminare e riportare alla luce di un sole chiarificatore. L’amico di famiglia forse è l’opera sentimentalmente più estrema del regista, in cui la macchina da presa punta il proprio sguardo su la connivenza tra squallore e dignità, facce di una stessa medaglia che altro non è che la vita quotidiana la quale viene vista dall’autore con il consueto anticipo sui tempi attuali. “Voi sarete il mio ultimo pensiero”. Quasi un mantra che il protagonista, Geremia de’ Geremei, squallido usuraio di borgata napoletana, propina ai suoi “assistiti” quasi a sembrare lui stesso la vittima del proprio strozzinaggio. Già, perché Geremia in cuor suo si reputa un benefattore (non a caso nel film è soprannominato “Cuoredoro”), un uomo che aiuta il prossimo “donandogli” i propri soldi come mezzo di veicolazione dei presunti sentimenti da lui provati. Per lui i vertiginosi interessi riscossi non sono altro che la retribuzione di un opera di bene eseguita da una persona che la vita ha beffato sotto tutti gli aspetti, a cominciare da quello fisico, ributtante e goffo. Magnifico Giacomo Rizzo (icona imprescindibile del filone trash degli anni Settanta) nel dare corpo e anima al protagonista con un’interpretazione degna dei migliori attori in circolazione (purtroppo mai veramente valorizzati dall’attuale Star system). Al suo fianco ritroviamo un impeccabile Fabrizio Bentivoglio nel ruolo del cow-boy nostrano Gino, braccio destro di Geremia, il cui personaggio apporta alla storia un ausilio fondamentale in quanto rappresenta colui che esegue ordini da lui stesso ritenuti discutibilissimi ostacoli al suo sogno mancato (andare a vivere nel Tennessee), ma pur sempre rincorso affannosamente. Gino da voce alla speranza che è presente in ogni persona che si appresta ad affrontare quei momenti terribili (e purtroppo sempre più frequenti) che la vita quotidiana ci pone inevitabilmente di fronte. Il suo sguardo è malinconico, rivolto verso un passato causa/conseguenza di un futuro da raggiungere a scapito dello stesso protagonista. Ad innescare la “rinascita” di Gino, ma anche quella della dignità, sempre ben nascosta sotto la patina di nefandezze perpetrate da Geremia, c’è un’altra protagonista d’eccezione, Laura Chiatti che nel ruolo della bella e giovane Rosalba finalmente ci fornisce una prova recitativa degna dello schermo (ciò a far capire che se messi nelle mani di un regista competente e navigato, gli attori possono a volte tirare fuori il loro meglio). Rosalba rappresenta il detonatore che fa deflagrare i sentimenti di Geremia il quale, fino ad allora se ne era tenuto ben lontano causa un rapporto morboso con la madre (Clara Bindi) la quale lo pone in costante e sminuente confronto con il padre morto (strozzino anche lui). Con lei l’uomo condivide addirittura lo stesso letto (oltre che l’ambiente prettamente domestico) in una stanza che Sorrentino ci restituisce visivamente mediante un montaggio strobo-psichedelico e una esasperazione cromatica degni dei migliori lavori horror di registi come Rob Zombie. Il malessere e l’abominio dell’ambiente domestico trovano forza anche nell’uso di una colonna sonora che si avvale delle esecuzioni di Teho Teardo a cui vengono affiancati brani di artisti come Anthony and the Johnson, Lali Puna e The Album Leaf  (memorabile la straniata e drammatica nenia ossessiva che si fonde col nulla grazie all’uso di distorsioni vocali sintetizzate). L’amico di famiglia rappresenta uno sguardo impietoso e senza redenzione in cui non ci sono né vincitori né vinti. Alla fine della storia tutti resteranno comunque dei perdenti, imprigionati nel loro personale passato di ricordi il quale come un’ incisione sulla pelle ne rappresenta un nuovo tessuto epidermico rigenerato in quel sangue di connivenze e patteggiamenti con un nemico invisibile che altro non è che il proprio specchio. Geremia de’ Geremei è l’ennesima allegoria di un potere polverizzato, rurale. Di un feudo fuori tempo massimo, ma vivissimo, lì dove l’occhio indiscreto di una certa borghesia, o di un potere indifferente, non arrivano. Sorrentino ci fa capire che quelle famose “mani sulla città” decantate superbamente dal maestro Francesco Rosi, sono sempre le stesse, ma hanno allungato le proprie dita fino ad incidere con le proprie unghie luoghi finora inesplorati. Il potere malavitoso, quello nascosto, quello più intimo si dirama e diventa “consuetudine affettiva” quasi a ridimensionare una Sindrome di Stoccolma con lo sventurato di turno. La grande bellezza ha rappresentato solo le conseguenze. L’amico di famiglia ne ha evidenziato le cause.
Alessandro Amantini

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