Lo sguardo nel Male di Werner Herzog

“Io ora al sole non attribuisco più nessuna importanza né alle scintillanti fontane che alla gioventù piacciono tanto. Io adoro solo l’oscurità e le ombre, dove posso essere solo coi miei pensieri. Io sono discendente di un’antica famiglia. Il tempo è un abisso, profondo come lunghe infinite notti. I secoli vengono e vanno. Non avere la capacità di invecchiare è terribile. La morte non è il peggio, ci sono cose molto più orribili della morte. Riesce ad immaginarlo? Durare attraverso i secoli, sperimentando ogni giorno le stesse futili cose…”. Werner Herzog impartisce una lezione indimenticabile e inarrivabile per tutti i registi di lì a venire. Si rimane letteralmente folgorati dalle parole pronunciate dal Conte Orlok come lo rimane il giovane Jonathan Harker nell’ascoltarle. Due mostri sacri del cinema tedesco e svizzero quali Klaus Kinski e Bruno Ganz si fronteggiano in una delle scene più drammatiche e profonde di Nosferatu, il principe della notte (1979) rifacimento del capolavoro Nosferatu il vampiro (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau. Kinski si trascina dolente nei panni del vampiro al cui dramma esistenziale apporta, con la sua interpretazione, un imprinting malinconico e poetico senza precedenti. Tutta la pellicola viene immersa in una fotografia cupa e crepuscolare (operata da Jörg Schmidt-Reitwein) degna degli arazzi dei più alti esponenti della pittura fiamminga. L’opera del regista tedesco trasuda arte e dolore che si fondono nelle favolose scenografie create da Henning Von Gierke e Ulrich Bergfelder trascinando, fotogramma dopo fotogramma, lo spettatore nell’abisso più profondo della più celebre “non morte” della letteratura. La pellicola scorre (volutamente) molto lenta al fine di poter dar corpo e importanza a tutti i dettagli i quali vengono catturati magistralmente facendo percepire il loro peso e il loro ausilio alla scena. Le musiche (eseguite in modo magistrale dal gruppo musicale tedesco Popol Vuh in affiancamento alle arie di Richard Wagner e Charles Gounod) accompagnano con la loro solennità il montaggio impeccabilmente operato da Beate Mainka-Jellinghaus con cui ci viene mostrato il viaggio del conte (quello dai Monti Carpazi alla città di Wismar [Mar Baltico]) con il sapore di un romanzo di appendice. Si respira vera letteratura nelle sequenze illustrate. Da antologia l’arrivo del vascello Demetrius nella città di Wismar da cui il Conte Orlok scende accompagnato dai topi, emblemi della pestilenza che lui stesso porta quasi ad identificare metafisicamente l’arrivo del male puro che non lascia intatto niente al suo passaggio. Altissimi momenti di grande cinema dove la storia viene piegata alla potenza visionaria di Herzog il quale imprime le proprie velleità artistiche ad una messa in scena sorretta da espedienti visivi rivoluzionari. In fondo ai pensieri che affliggono il conte c’è poi lei, Lucy Harker interpretata con devastante bellezza da Isabelle Adjani. L’attrice conferisce alla moglie di Jonathan uno spessore impressionante tanto da rendere indelebile la sequenza finale in cui il suo sacrificio servirà a porre fine al male che affligge il protagonista. “Quadro cinematografico” dei più impeccabili nella storia del cinema, il cui chiaroscuro della stanza in cui il conte si accorge dell’arrivo del giorno, rimane impresso per la forte drammaticità. Ma a parte le doverose considerazioni dal punto di vista tecnico, è fuori dubbio che la pellicola viene letteralmente sostenuta dalla magistrale interpretazione di un Kinski mai più così bravo. Il ruolo della vita? Sicuramente si. Il cranio calvo, il pallore eterno e i due incisivi (e non i canini) lunghi sono il make-up (curato da Reiko Kruk) il quale, però, nonostante la sua impeccabilità, risulta comunque marginale se posto a confronto con i tratti somatici dell’attore i quali, uniti alla sua espressività, risultano essere perfetti già di per sé. Herzog arriva al cuore del cinema di genere, ma lo fa scegliendo la strada della poesia a scapito di una letteratura gotica (fino ad allora inflazionata) quasi sempre fredda. Il regista la riscalda evidenziando il battito di quel cuore da cui pulsa il sangue, linfa vitale del vampiro, ma anche di un cinema ormai scomparso. Il sangue come mezzo con cui si tramanda l’agonia di una non morte. Il vampiro più umano delle sue stesse vittime. Nosferatu,  il principe della notte getta le basi di un non ritorno del cinema vampiresco quasi ad evidenziare un capitolo conclusivo di una lunga sequela di pellicole dedicate al conte più famoso del mondo. Il primo ciclo lo avevano concluso numerosi registi di genere coadiuvati da Bela Lugosi e Christopher Lee le cui interpretazioni estremamente gotiche e sanguinolente erano “marchio di fabbrica” del macabro repertorio Hammer. Herzog ci fa capire che la materia può avere una seconda chiave di lettura mantenendo comunque tutto il rituale tipico dell’ambient del redivivo (la tomba, la luce come mezzo di eliminazione, l’acqua santa, il sangue) ma spogliandolo di quell’eccesso che fino ad allora lo aveva reso ridicolo. Il regista riveste l’armamentario “di costume” con la poesia e con la sofferenza conferendo ad esse un tono solenne e quindi più aderente al dilemma insito nell’animo del mostro (eterna la sequenza finale in cui un ormai posseduto Harker si allontana a cavallo verso il nulla). La filosofia filmica di Herzog, infatti, sarà latente in opere successive come il sontuoso Dracula di Bram Stoker (1992) di Francis Ford Coppola, l’originale Intervista col Vampiro (1994) di Neil Jordan e il folgorante Lasciami entrare (2009) di Tomas Alfredson . Pellicole, queste, in cui viene messo in rilievo lo status vivendi del mostro, spostando la macchina da presa sul corredo introspettivo relativo alla sua figura e rinunciando contemporaneamente alle sue scorribande sanguinarie (relegate, quindi, al semplice ruolo di cornice cinematografica). Nel 1988 la pellicola di Herzog ha avuto un seguito (se si vuol essere più precisi un sequel apocrifo), Nosferatu a Venezia, diretto da Augusto Caminito il quale doveva esserne solo il produttore in quanto la pellicola era stata affidata inizialmente a Pasquale Squitieri che lasciò il set per estreme divergenze con Kinski. Il film, lontanissimo anni luce dall’originale, è agghiacciante nella messa in scena tanto da sfiorare più volte scivoloni nel trash puro. Ma possiamo dire che esso rappresenta una madornale occasione sprecata sotto molti punti di vista. Primo fra tutti è il fatto che Caminito aveva tra le mani Kinski lo stesso protagonista del primo film. Il secondo è l’accostamento del suo personaggio ad una città come Venezia decadente per antonomasia. Il connubio poteva divenire esplosivo e avrebbe potuto dare alla luce un vero e proprio cult (come raramente vengono ad aversi in Italia riguardo il genere vampiresco), ma la materia risultò gettata qui e là da un montaggio tagliato con l’accetta e con una sceneggiatura imbarazzante. Unica nota per cui vale la visione del film è la fotografia (curata da Tonino Nardi) che esprime il suo massimo nella memorabile scena dell’arrivo del vampiro in gondola con la quale attraversa le calli veneziane afflitte da un tragico “carnevale pestilenziale” sulle cui sequenze si snodano gli azzeccati movimenti musicali tratti dall’album Mask (1985) di Vangelis. Kinski interpreta un vampiro ormai cambiato (capelli biondi e lunghi) il quale fa dei suoi incisivi l’unico punto in comune con il suo predecessore. Rimane comunque indubbio che, con il suo Nosferatu, Herzog ha dettato la regola da seguire per poter trarre nuova linfa al filone vampiresco, ma, dati gli ultimi exploit di questi anni, si comprende come essa non sia stata veramente assimilata. Gli schermi, infatti, risultano affollati da vampiri il cui alone romantico risulta d’accatto (si pensi alla saga di Twilight [2005-2012]) e rivolto a platee di teenager foruncolsi che sognano la storia d’amore soprannaturale come la sognavano molte casalinghe frustrate (a confronto con il loro mondo domestico) tanti anni fa di fronte a film come Dirty Dancing (1987). Il vampiro risulta ormai deturpato nella sua anima nera e nel suo calvario ultraterreno, risultando relegato a figura androgina ricalcata sulla falsa riga di modelli da sfilata stile Dolce & Gabbana. Si è perso completamente quel rigore narrativo il quale ampliava vertiginosamente la solennità di cui si ammantava la figura del non morto. La sua presenza si poteva percepire molto prima della sua entrata in scena. Ora, invece, la sua magniloquenza arriva al massimo a sfiorare le velocizzazioni di un montaggio frastornante e insulso ( ne è esempio un certo Edward Cullen in arte il “vampiro più veloce della luce”). Prima il vampiro imprimeva paure ancestrali regalando incubi ad occhi aperti. Oggi, invece, è divenuto una figura “pantofolaia” amata anche dalle mamme le quali arriverebbero a vederlo addirittura come il ragazzo ideale per la propria figlia. Quando il vampiro diventa casalingo! Il vero Nosferatu si rivolta nella tomba.
Alessandro Amantini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...