Lo “sberleffo malinconico” di Bob Clark

Benjamin “Bob” Clark è stato un regista discontinuo riguardo la sua produzione cinematografica. I suoi primi passi li muove negli anni Settanta quando realizza due esempi di cinema horror indipendente quali La morte dietro la porta (1972) e Black Christmas (1974), quest’ultimo divenuto, con il passare del tempo, vero e proprio oggetto di culto per gli estimatori del genere e seguito nel 2006 dal remake Un Natale rosso sangue più cruento rispetto l’originale. Gli anni Ottanta vedono il regista statunitense cambiare completamente registro dedicandosi alla commedia (Tribute – Serata d’onore [1980], Nick lo scatenato [1984] con Sylvester Stallone), ed è proprio nel 1982 che Clark realizza quello che resterà il film più importante di tutta la sua carriera, Porky’s Questi pazzi, pazzi porcelloni. Il film ricalca situazioni tipiche dei precedenti movie-concept National Lampoon (dei quali ricordiamo l’inarrivabile ed anarchico Animal House realizzato quattro anni prima da John Landis) accentuandone, però, i toni dissacratori tramite un utilizzo massiccio di volgarità sia a livello linguistico che visivo. Ma l’innesto non risulta affatto gratuito, anzi risulta ausiliare in quanto controbilanciato dalla falsa patina di perbenismo, tipica della middle class degli anni Cinquanta, in cui il film è ambientato (la contea americana è la ridente Angels Beach). Lo humor goliardico pervade ogni dove diventando vera e propria anarchia dello sberleffo con la quale vengono affrontati però temi abbastanza importanti. Non si vuole riconoscere a Porky’s una levatura shakespeariana, ma lo si può apprezzare semplicemente senza far finta di non saper leggere tra le righe. Bob Clark non ha mai nascosto nelle sue pellicole il proprio senso di critica sociale (si pensi al discorso sulla Guerra del Vietnam ne La Morte dietro la porta) e con Porky’s utilizza la goliardia e lo sberleffo per evidenziare le numerose contraddizioni sociali in cui l’America affonda le proprie radici. Gli anni Cinquanta, i favolosi anni dell’America di Eisenhower vengono riproposti come limbo in cui far crescere spensieratezza e innocenza la quale viene quasi sempre posta in un pericoloso gioco funambolico da parte degli scherzi eccessivi dei protagonisti. Ma non sono queste avventure a far presagire lo scricchiolio delle fondamenta di un così bell’ affresco sociale. Infatti tutto il film si vena di una malinconia che però non risulta telefonata, ma lasciata a se stessa, nascosta nella comicità di certe situazioni e pronta ad esplodere nei momenti seri (e ce ne sono) della pellicola. Di lì a poco l’America piomberà nell’inferno vietnamita e con l’omicidio Kennedy e le scellerate pratiche antisemite del Ku Klux Klan perderà definitivamente quell’innocenza che Clark più volte aveva restituito nel corso del film. Il protagonista della pellicola è un personaggio famoso in America con lo pseudonimo di Pee Wee (da noi Edward “Pipino” Morris) il quale viene interpretato con straordinaria bravura comica dall’attore statunitense Dan Monahan. Ma Pipino è solo il fulcro intorno a cui ruota l’intera comicità corale di Porky’s grazie anche all’affiatata collaborazione di un pletora di giovanissimi e bravissimi caratteristi e coprotagonisti. Ritroviamo tra questi il compianto Wyatt Knight nei panni di Tommy Turner, Tony Ganios nei panni di Anthony Tuperello detto Pilone (pseudonimo chiaramente appropriato se si pensa che la goliardia del film si basa interamente sull’ambito sessuale), Kaki Hunter nei panni della sfacciata, ma moralissima, Wendy Williams. Seguono altri tre protagonisti di eccezione: Cyril O’ Reilly nei panni di Tim Cavanaugh, Scott Colomby nei panni di Brian Schwartz e Boyd Gaines nei panni del professore Roy Brakett. Ai tre personaggi Bob Clark associa quelli che sono i punti fondamentali della propria visione sociale. Con Cavanaugh e Schwartz infatti, Porky’s ribadisce il rifiuto da parte di un’intera generazione, di quelle leggi e di quei pregiudizi razziali tipici dell’America ad essi contemporanea. L’iniziale incontro / scontro tra i due è la rappresentazione di una società malata in quanto costretta ad esserlo da un sistema socio-familiare che diventa una mostruosa dottrina di anti convivenza (Cavanaugh è succube del padre, un ex galeotto antisemita e omofobo) la quale cerca in ogni modo di sopprimere la diversità (e non solo razziale) del prossimo (in questo caso rappresentata dall’ebreo Bryan Schwartz ricco e di bella presenza). La comitiva di Angels Beatch che si stringe sempre più intorno allo sventurato amico di turno, ogni qual volta si deve affrontare una situazione seria, rappresenta un rifiuto di discriminazione e contemporaneamente un inno all’amicizia vera che può passare anche per l’integrazione pura. La figura del professore Brakett rappresenta l’ingiustizia insita nella costrizione, tipica di quegli anni, di dover o voler crescere per forza. L’insegnante (in questo caso di ginnastica) rappresenta la figura che non deve avere pecche, seria, integerrima. Ma alla fine sarà proprio lui (coadiuvato dagli altri due insegnanti della palestra) a creare alcune delle situazioni più estreme della pellicola. La prima è lo “scontro” erotico-animalesco negli spogliatoi maschili con l’insegnante del corpo femminile Miss Lynn Colamiele (al secolo una giovanissima Kim Cattrall) alias Lassie causa un particolare modus operandi di fornicazione. La seconda sarà l’esilarante discorso riguardante la “ricerca di un neo accusatore su di un pene” nell’ufficio del preside. Completano il cast due attori straordinari quali Eric Christmas nei panni del preside della scuola di Angels Beach, il Signor Carter e Nancy Parsons nei panni di Miss Beulah Balbricker maestra della squadra femminile di ginnaste dell’istituto. Anche loro rappresentano la fatica di una istituzione bigotta che sgomita per potersi fare spazio in mezzo a tanta “scelleratezza”. Ma mentre la Balbricker identifica l’autocastrazione di un intero paese che soccombe difronte al bigottismo o alle frustrazioni, il preside Parker rappresenta il “potere comico” ovvero quello pronto ad esplodere in uno sberleffo contenuto. Il classico esempio della forma e della sostanza (delle quali la seconda prevale sempre sull’altra). L’antagonista della pellicola è Porky Wallace (al secolo Chuck Mitchell) grasso gestore di bordello e case di gioco d’azzardo, al quale il regista fa rivestire i panni della corruzione che si cela in una società notturna. Di notte, quando tutto il perbenismo dorme, quando ci sono i baci della buona notte e i genitori raccontano favole ai propri figli esplode il peccato originale, il gioco d’azzardo ed il sesso diventa il tabù da sfatare. Pipino rappresenta con la sua “maledizione” virginale l’autentica America che vuol perdere la propria innocenza in quanto sottoposta a continuo esame dal moralista o il goliardico di turno. Sarà questa sua ossessione a portare il gruppo di ragazzi a scontrarsi con Porky in un epilogo a dir poco battagliero nella parte finale della pellicola. Porky’s risultò, nonostante l’iniziale divieto ai minori di 18 anni, uno dei più grandi successi al botteghino negli Stati Uniti e anche in Italia tanto che l’anno dopo era inevitabile aspettarsi un seguito. Nel 1983 Bob Clark, infatti, dirige Porky’s 2 – The nex day (il giorno dopo). Il regista statunitense non si lascia, però, sopraffare dall’onda del successo e confeziona una pellicola che ha il sapore di qualcosa di lasciato in sospeso dal primo capitolo quasi un tema da riprendere in quanto rimasto incompleto. Il film risulta ancora più eversivo del prototipo, spostando la macchina da presa sulla parte nascosta dalla patina di sberleffo, senza però rinunciare a quest’ultimo come mezzo di introspezione. Ritroviamo già nei titoli di testa, una continuità con il precedente capitolo, trovando Pipino ormai disfattosi della propria verginità (conclusasi con un rapporto avuto con Wendy alla fine del primo film). Il risveglio del protagonista ad inizio film, ricalca il precedente con una voce soave alla radio che lo sveglia ricordandogli che una nuova giornata è alle porte e c’è da mandare avanti ancora l’America. Porky’s 2 affronta stavolta la corruzione politica che va a braccetto con una comunità cattolica dipinta a mo’ di crociata la quale, tramite un mezzo a dir poco dittatoriale, tenta di schernire e annientare i pilastri della cultura inglese, rappresentati dalle opere di William Shakespeare che devono essere rappresentate in teatro come saggio di fine anno dalla gang di protagonisti. Il perbenismo, come il precedente film, va a braccetto con la goliardia a volte fondendosi con essa. La compagnia dei porcelloni sciorina un campionario di situazioni veramente estreme messe però a servizio di un’onorevole causa: la difesa della cultura. Fondamentali e memorabilmente esilaranti gli scontri tra il preside Carter e il reverendo Flavel (al secolo Bill Wiley) sul confronto Bibbia-Shakespeare, come forsennate e dissacratorie le messe in scena delle opere dell’autore inglese da parte dei ragazzi di Angels Beach. Altra scena da antologia è quella che vede la protagonista Wendy (divenuta la ragazza di Pipino Morris) distruggere professionalmente il senatore Bob Gebhardt (al secolo Edward Winter ) in un ristorante di classe in cui l’uomo l’aveva invitata per “consumare” non solo la cena. Parallelamente alla cultura, Clark innesta nel discorso anche quello che è il suo punto di vista sull’impietoso caso delle politiche razziali. Sempre avvalendosi dell’umorismo a sfondo sessuale, tipico della serie, infatti, vengono derise e messe alla berlina le convinzioni del Ku Klux Klan il quale, per l’appunto, viene rappresentato da un gruppo di idioti che sarà punito a giusto dovere per aver pestato un indiano che aveva preso parte alla recita allestita dai protagonisti. La scena si concluderà con i membri razzisti sottoposti al servizio da Schwartz tramite una “acconciatura” ebrea degna di nota. Nel 1985 si comprende che la saga di Porky’s necessita di una fine e, quindi, di una trilogia da concludere. Clark stavolta, si limita a scrivere il soggetto passando il comando a James Komack il quale confeziona Porky’s revenge (Porky’s III – la rivincita!) un film minore rispetto ai primi due, spoglio parzialmente della carica rivoluzionaria del progetto. L’idea è quella di un film che raschia il fondo del barile, ma che comunque si avvale di almeno un paio di sequenze in grado di rimanere nella memoria. La prima è l’incontro erotico tra i due insegnanti della scuola di Angel Beach (Fred Buch e Rose Mc Veight che interpretano rispettivamente Mr. Dobish e Miss Webster ) spiati dalla casa della nonna di Pipino, mentre la seconda è il famosissimo party nudista nella piscina di una liceale con l’improvviso arrivo dei genitori di lei. Il film vede uno degli insegnanti di ginnastica (Bill Hindman) essere sotto ricatto da parte di Porky (il cui personaggio ritorna con tanto di figlia [Wendy Feign] al seguito per concludere la trilogia) causa debiti di gioco. I ragazzi di Angels Beach sono pronti a salvare il maestro vendendosi la partita della finale del Torneo di pallacanestro della contea, ma anche qui il perbenismo e la lealtà la fanno da padroni, sovvertendo completamente l’esito dell’accordo preso con il furfante e concludendo la pellicola nell’ennesima guerra definitiva. Esaminata nella sua interezza, la trilogia di Porky’s rappresenta un punto di delimitazione del cosiddetto filone demenziale, ma inteso nella sua accezione meno negativa, in quanto sia i film di Clark e Komack sia il precedente Animal House di Landis sono lontani da epigoni successivi il cui unico scopo è scioccare le platee spingendo sempre di più le situazioni al paradosso. La comicità di Porky’s, seppur scatologica, risulta pensata, mai telefonata e con una propria identità sia sotto il punto di vista temporale (si pensi agli anni Ottanta in cui le pellicole vengono realizzate) sia sotto quello più squisitamente autoriale. Clark non ha paura di sporcarsi le mani e non si autolimita in vista di una censura sempre dietro la porta. Dice la sua, come sempre fatto, rivolgendosi alle platee di giovani con la piena coscienza che esse sono le generazioni future e che solo utilizzando una forma linguistico-visiva ad esse appropriata si possa tramandare un messaggio. Porky’s è una forma di decodificazione e di comunicazione per far comprendere alle nuove generazioni problemi che, altrimenti, verrebbero snobbati se rivestiti di un alone troppo magniloquente. Se, confrontato con i film di Clark, Animal House ancora risente (e questo non è una pecca, anzi) di un certo contenimento visivo a scelta di un’impostazione volutamente più autoriale, Porky’s si spinge oltre e all’anarchia di Landis aggiunge quello che fino ad allora non si era mai osato mostrare. Diciamolo chiaro: è ovvio che Animal House resta un film inarrivabile sotto tutti i punti di vista e che la saga di Clark risulta ancorata più ad uno spirito da “caserma”, ma non è un caso che qualche anno fa Porky’s è stato riconosciuto come il film più ricordato e apprezzato dagli Stati Uniti (risultato ottenuto tramite un vero e proprio censimento di stampo cinematografico). Forse questo si può spiegare strizzando l’occhio al fatto che ogni pellicola è figlia dei propri tempi (si pensi alla recente tetralogia di American Pie) e che ognuna di esse ha la propria generazione “X.0”, ma rimane indubbio che, in tempi ormai passati, anche la parodia era pensata e mai lasciata al compiacimento della propria idiozia. Porky’s rappresenta una spallata a quel che restava di una censura fin troppo imperante e troppe volte strumentalizzata per scopi personali o politici. All’uscita della “trilogia dei porcelloni” i visti di divieto non erano un mezzo commerciale come succede oggi dove lo scandalo va a braccetto con il marketing. Prima si era veramente castrati dal modo di pensare altrui e questo Clark lo aveva compreso fregandosene da buon mestierante qual’era (si pensi al successivo Turk 182 del 1985 con Timoty Hutton). Il regista statunitense ci ha lasciato nel 2007 lasciando (secondo chi scrive) un “vuoto cine-artigianale” profondo, ma lo sberleffo da lui iniziato, comunque, continua (bene o male) ad andare avanti in una società che ormai sembra abbia fatto di esso il proprio pane quotidiano. Ridere per non piangere e stare a sindacare in base ai propri pregiudizi lascia il tempo che trova.
Alessandro Amantini

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