La “Bibbia” post-atomica di George Miller

“Siamo alla fine del XX secolo. Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche. Sulla faccia della terra, gli oceani erano scomparsi, e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti. Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta”. Si apriva con questo prologo la saga di Ken il Guerriero (titolo originale Hokuto No Ken) anime ideato dai disegnatori giapponesi Tetsuo Hara e Buronson. Tuttavia, essendo la serie manga ideata nel 1983 e l’omonima serie anime nel 1984, ci viene il dubbio che i due autori abbiano visto la trilogia di Mad Max. Nel 1979 il regista e produttore australiano George Miller dirige il primo di una trilogia di film incentrati sulla figura dell’agente di polizia Max Rockatansky soprannominato “Mad Max” per la sua indole spericolata e istintiva nello svolgere il proprio lavoro. Ribattezzato in Italia con il titolo Interceptor (nome della mitica V8 Interceptor guidata dal protagonista) la pellicola suscitò interesse e polemiche tra gli spettatori e i giurati del Festival di Venezia per la sua potenza a livello visivo e per la violenza mostrata e, al contempo, fece conoscere a livello internazionale un giovanissimo Mel Gibson. Miller si butta anima e corpo nel progetto tanto da sobbarcarsi anche dei costi di produzione. La storia è quella del poliziotto Max Rokatansky il quale si trova, insieme ai suoi colleghi, a fronteggiare una gang di sanguinari teppisti motorizzati capeggiati dal malvagio Toecutter (interpretato in modo discreto dal caratterista Hugh Keays-Byrne). La lotta si concluderà nel peggiore e sanguinoso dei modi. La sceneggiatura scritta dal regista a quattro mani con James McCausland, si sviluppa su di un intreccio abbastanza elementare, ma a farla da padrone sono soprattutto le scene d’azione le quali si muovono forsennatamente sulle scenografie ideate da Jon Dowding il quale, complice l’immensità del deserto australiano, amplia le vedute riducendo al minimo gli spazi che intercorrono tra i personaggi tanto da creare una visuale “a imbuto” ogni volta che la macchina da presa piomba sulla scena. Motori e uomini diventano un’anima sola, il ferro si fonde con la carne in un continuo gioco al massacro. Miller si elegge a cantore di una “Bibbia post-atomica” dal raro impatto visivo e getta le basi per mostrarci quello che diventeremo. Mentre il regista canadese David Cronenberg , nello stesso anno, strappa applausi a Macaulay e Burroughs dando lunga vita all’epopea della “nuova carne e Kubrick con il suo Arancia meccanica, ci fornisce una ultraviolenta rilettura del linguaggio visivo e grammaticale, il regista australiano inizia con Interceptor la sua lunga riflessione sull’inutilità della tecnologia come causa/effetto dell’autodistruzione umana. Ed è proprio da questa presa di coscienza che la storia di Max riparte nel secondo capitolo Interceptor – il guerriero della strada (1981). Mentre nel primo capitolo Miller ci trasmette la sensazione che qualcosa di umano c’è ancora, che si vuole ad ogni costo rimanere aggrappati ad una vita che ancora sembra normale, in questa nuova avventura Max è completamente trasformato dagli eventi passati e ormai non ha nulla da perdere. L’apologo è impressionante: miscelando abilmente immagini di repertorio storico e spezzoni del precedente film, il regista australiano rende ancora più cupi i toni di disperazione della storia ed elegge a nuovo protagonista la materia: la benzina diviene il bene più prezioso (non è casuale il riferimento metaforico alla crisi dei cartelli OPEC degli anni ’70) senza il quale nessuna macchina ha il “dono” di muoversi. Chi è dotato di mezzo è avvantaggiato rispetto a colui che si ritrova a piedi e quindi diviene il carnefice e il dominatore “piombando sulle vittime depredandole anche dell’ultimo respiro” (come dice la voce narrante ad inizio film). Anche Max è interessato alla benzina, ma solo per continuare a vivere in pace e da solo dirigendo la propria esistenza verso il nulla. Non della stessa idea sono i componenti della tribù Humungus contro i quali il protagonista si troverà costretto a combattere per difendere una fazione a loro avversaria e pacifica. Al centro della guerra ci sono due distinti campi di estrazione petrolifera ancora in funzione nonostante l’avvenuto olocausto nucleare. Al comando dei malvagi ritroviamo Lord Humungus dietro la cui maschera c’è l’attore Kjell Nilsson. Il personaggio viene inquadrato solo in dettaglio dietro la nuca in diversi momenti del film tanto quanto basta a far comprendere che la maschera cela un viso deturpato dalle radiazioni nucleari. Famosa la frase da esso pronunciata verso uno dei suoi: “tutti abbiamo perso qualcuno a cui tenevamo” tanto a star lì a significare che, nel bene o nel male, qualcosa si perde sempre. Nella parte di Wez, suo braccio destro, ritroviamo un irriconoscibile Vernon Wells (quattro anni dopo vestirà i panni di Bennet antagonista di Arnold Schwarzenegger in Commando di Mark L. Lester). Formidabile sarà lo scontro finale tra le auto in cui sarà coinvolto. In questo secondo capitolo George Miller spinge l’acceleratore della violenza (come il primo film anche questo sarà vietato ai minori di 18 anni) e ne crea una stilizzazione elevando il grado della sua spettacolarizzazione grazie alla totale complicità degli stuntman arruolati (a fine riprese si conteranno numerosi feriti e contusi) i quali realizzano numeri tutt’oggi rimasti ineguagliati. Particolare fondamentale è l’introduzione in questo nuovo capitolo del personaggio del Capitano Gyro (al secolo Bruce Spence) il quale si avvale di un elicottero, l’unico rimasto in grado di volare. La macchina rappresenta un’unione simbolica tra cielo e terra come se Miller volesse dare una speranza che la vita non finisca tutta nella polvere, ma che ci sia modo di poterla controllare magari riuscendo a risollevarsi ancora una volta. L’attore neozelandese rende giustizia al suo personaggio con un’ottima interpretazione tanto da far ricoprire al Capitano Gyro la parte disillusa e, a volte umoristica, grazie alla quale lo spettatore può tirare il fiato per qualche minuto di sollievo. Ma la tragedia, comunque, corre anche negli occhi di Gyro e anche il suo personaggio è attraversato da una vena di malinconia (immenso lo sguardo agghiacciato di fronte alla tremenda scena dello stupro/omicidio della ragazza che gli Humungus fanno uscire fuori di strada con l’auto). Il capitano Gyro sarà il filo conduttore che con il suo elicottero trasporterà un ferito Max (ormai irriconoscibile, con capelli lunghi e senza la mitica V8 distrutta nel film precedente) verso la salvezza nella scena principale del terzo capitolo della serie Mad Max Oltre la sfera del tuono (1985). Con questo capitolo Miller chiude il cerchio di sangue e assume toni più addolciti alleggerendo il tutto dalla violenza la quale è sempre presente ma in dosi meno massicce e continue. Ad aspettare Max c’è una tribù di ragazzi/indigeni i quali scambiano il protagonista per un salvatore che finalmente, con il suo avvento, li aiuterà a tornare liberi distruggendo per sempre Bartertown città di guerrieri in cui si produce metano (non più benzina) conteso nei due mondi in cui essa è suddivisa. Il primo (quello sotto il suolo) è governato da Master Blaster un nano a cavallo di un gigante padrone dei macchinari adibiti alla produzione del prezioso gas. Il secondo (quello in superficie) è governato dalla malvagia regina Aunty Entity (interpretata da una Tina Turner in splendida forma) la quale è stanca di essere soggetta al gas che gli viene fornito sotto ricatto. In Bartertown c’è poi la “Sfera del Tuono” ovvero un’arena in cui si sfidano i guerrieri più forti come in un antica Roma del futuro. I toni di critica sociale si inaspriscono ancora una volta e nelle mani di Miller la fantascientifica Bartertown identifica l’asse di collisione tra America e Russia (le armi e il gas) in un apologo sulla guerra fredda che lascia il segno se si pensa agli anni in cui il film viene girato. I bambini che aspettano il redentore non sono altro che intere popolazioni che, come spettatori passivi di una guerra che non gli appartiene, stentano a sopravvivere all’interno di un gioco di poteri sempre più tragico e violento. Come dice la main track della colonna sonora del film, composta appositamente dalla stessa Tina Turner, “We don’t need another hero”, non si ha bisogno di un nuovo eroe, ma di un salvatore dato che gli eroi a volte si sporcano le mani e l’anima mossi dal troppo patriottismo insito nelle coscienze dei popoli. Miller ricopre la colonna sonora di un ruolo fondamentale. Oltre a Tina Turner, nei primi due capitoli della trilogia ritroviamo all’opera Brian May, omonimo del chitarrista e cofondatore dei Queen, il quale elabora uno score potente e sincopato che garantisce alla scena la graniticità e la pesantezza del ferro, delle auto, delle moto e delle loro folli corse verso l’immensità del deserto australiano quasi a sottolineare la loro potenza, se viste da vicino e la loro futilità, se riprese dall’alto. Terminata la Trilogia di Mad Max, sembrava che ogni limite fosse stato oltrepassato sia in campo visivo sia in quello più squisitamente di concept. Ma Miller non si arrende e negli anni successivi, tra un film e l’altro, continua a sognare una nuova avventura per il suo spericolato eroe. Inizialmente il regista si rivolge all’amico Mel Gibson che, però, impegnato nella sua carriera di regista, rifiuta. Ma la produzione spinge e Miller comincia a censire attori per sostituire Gibson nel ruolo che lo ha reso famoso. Inizia così un cine-calvario di proporzioni smisurate. Inizialmente il quarto capitolo della serie viene intitolato Mad Max Reloaded e le riprese cominciano a prendere corpo. Ma la situazione precipita con lo scoppio della Guerra in Afghanistan, nei cui deserti Miller aveva trovato il suo set ideale. Inoltre nuove difficoltà produttive congelano il progetto. Dovranno passare alcuni anni e più precisamente si dovrà arrivare nel 2015 (36 anni dopo il primo capitolo della serie) per assistere all’uscita nelle sale di Mad Max Fury Road. Il personaggio di Max viene affidato alla potenza interpretativa di un ispirato Tom Hardy affiancato, per l’occasione, dalla stupenda Charlize Theron che ci regala un personaggio destinato a entrare nel mito, l’Imperatrice Furiosa, ultima di una razza di guerriere facente parte della comunità de I Figli della Guerra, una sorta di limbo sociale il cui collante collettivo è rappresentato da un corredo di credenze pagane che sfociano nell’atto violento e guerriero. A comandare la suddetta compagine, vi è Immortal Joe individuo figlio delle deturpazioni post nucleari. Il sedicente “Re della Guerra” sottomette la popolazione con il razionamento dell’acqua (una sorgente di cui solo lui può far defluire la preziosa acqua) e con la forza. A lui spetta la preservazione della razza che viene identificata nell’ingravidare con il suo seme donne biologicamente sane (le così dette Vergini Bianche). Ma Furiosa diserta una missione con una cisterna blindata diretta sulla Fury Road (strada che connette due sezioni di territorio) liberando Max dalla prigionia di Joe e caricando sul convoglio alcune delle donne destinate alla procreazione. A prestare la possanza fisica al personaggio di Immortal Joe ritroviamo lo stesso Hugh Keays-Byrne (l’antagonista motorizzato del primo capitolo della saga). Miller centra l’obiettivo e riesce, come per miracolo, nella rinascita dell’epopea di Max. Molti punti a suo favore, primo su tutti l’aver relegato pesantemente la Computer Graphic a mera cornice di un quadro che, invece, è vero, sanguigno e carnale. Ferri e lamiere, uomini e mezzi sono veri. Il regista convoca a corte i migliori specialisti del genere stunt e li scaraventa senza remore  sull’asfalto australiano aggiornando così una serie B dura e pura al Cinema 2.0Visivamente la pellicola è devastante (la fotografia di John Seale non lascia spazio a critiche) e non lascia scampo allo spettatore coinvolto in prima persona nelle imprese dei convenuti, anche grazie all’uso di camera a spalla e soggettive da capogiro (magistrale il montaggio a opera di Margaret Sixel). La macchina da presa piomba sui numerosi stuntman come un avvoltoio e ne ripercorre le folli gesta. Ma Miller non osa solo questo. E’ il primo regista a farci veder, e non solo sentire, lo score del film grazie all’espediente di un mutante play guitar incatenato su di un convoglio, che comincia a inondare la scena di riff taglienti ogni qualvolta il ritmo degli scontri sale vertiginosamente. La colonna sonora ( elaborata da Junkie XL) delinea i momenti salienti di uno scontro (quello a fine film) forsennato e ne amplifica le vedute (magistrale l’assalto alla cisterna mediante trampoli flessibili). Mad Max Fury Road parla alle masse e non di banalità, ma di argomenti profondi. La veste Action fa da involucro a temi attualissimi come la religione, l’integrazione, la misoginia e la violenza sulle donne. Discute dell’essenzialità dell’io, ma ne ribadisce il vigore nella stessa appartenenza religiosa o sociale che essa sia. Miller crea un nuovo inizio e si aggiudica ben sei meritatissimi Oscar per il miglior montaggio, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, migliore scenografia, migliori costumi e miglior trucco e acconciatura. Constatazione importante va fatta proprio in merito a questi riconoscimenti che la pellicola si è vista attribuire, dal momento che la versione iniziale proposta dal regista, doveva essere la B&C Edit ovvero la Black & Chrome Edition, in cui la narrazione viene totalmente immersa in un bianco e nero curato nei minimi dettagli. Non si parla di semplice saturazione della visuale, ma di un vero e proprio minuzioso lavoro su ogni luce presente nelle diverse sequenze. Ne abbiamo preso visione e noi di Arcadicultura possiamo affermare che il lavoro in HD è degno di lode. Questa versione è presente nel cofanetto Mad Max Fury Road High Octane Edition (2016, nella foto) in cui ritroviamo anche la versione uscita nelle sale. Cos’altro dire dell’intera opera di Miller? Molti sono stati i tentativi d’imitazione delle pellicole del regista australiano, tra cui ricordiamo il mastodontico flop Waterworld di Kevin Reynolds e il più “nobile” Doomsday di Neil Marshall, ma nessuno di loro è riuscito a raggiungere la profondità del respiro epico e il furore raggiunti dalla tetralogia australiana. Diciamo che doveroso è stato analizzare l’opera nella sua interezza in quanto ognuno dei film risulta essere l’evoluzione della medesima storia. Attenzione: abbiamo detto evoluzione e non seguito oppure sviluppo in quanto è indubbio che i film siano collegati, ma è la visione che progredisce e il discorso muta con il mutare degli anni. La Tetralogia di Mad Max abbraccia infatti quasi  quarant’anni, ma si colloca a cavallo di un continuo cambiamento. Da una parte a fine degli anni settanta con il susseguirsi di una guerra fatta di atti terroristici e di crisi petrolifere e la prima metà degli anni ottanta con la Guerra Fredda e con minacce non tanto più evidenti quanto sempre meglio nascoste in quella sorta di edonismo esasperato tanto caro all’America Reganiana. Dall’altra gli Anni ’90 che volgono al termine e lasciano il passo a Internet e al flusso di Pixel come nuovo gruppo sanguigno dell’essere e del vivere. Cambiamento, questo, che trasla la visione in nuovi mondi (ormai fatti detonare in precedenza dalla Trilogia di Matrix [1999 – 2003]) dove l’artigianato stenta e sgomita nel farsi spazio tra i codici binari di un virtuale sempre più prepotente. Quello di Miller è un Cinema fatto di osservazione e di riflessione in cui l’uso della fantasia si mette al servizio di una lucida constatazione dello stato delle cose che a volte sfuggono anche allo sguardo più attento. Pessimismo no, speranza molta. Miller già lo aveva capito nel 1979. Noi oggi ancora non ne abbiamo preso coscienza e siamo sempre alla costante ricerca di un perché la cui risposta, purtroppo mai considerata, è da sempre sotto i nostri occhi.
Alessandro Amantini

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