La poetica del “caro estinto” secondo Sergio Citti.

LocandinaCantore della poetica pasoliniana la quale utilizzava il surrealismo e il grottesco come mezzi di analisi antropologica, Sergio Citti (fratello del più noto attore Franco, feticcio indiscusso di molte pellicole di Pier Paolo Pasolini) nel 1989 chiude il discorso sul baratro autodistruttivo dell’umanità (iniziato nel 1976 con l’eccezionale Casotto) con il film Mortacci. Mentre in Casotto il regista romano ci restituisce una rappresentazione di un’umanità alla deriva senza valori né certezze, con Mortacci si spinge oltre analizzando la vita dal punto di vista del “caro estinto”. Lo humour smorza la satira (a volte al vetriolo) pur conservando una certa critica sociale che non risulta mai scivolare nello sberleffo o nella banalità. Partendo da un soggetto scritto anni prima dallo stesso Pasolini, Citti, come per Casotto (dove accanto ad un giovane Gigi Proietti ritroviamo una giovanissima Jodie Foster) riunisce alla sua tavola un cast straordinario capitanato da Vittorio Gassman (nella parte di Domenico, custode cimiteriale) al cui seguito ritroviamo Sergio Rubini, Galeazzo Benti, Mariangela Melato, Nino Frassica e (udite, udite!) Malcolm “Arancia meccanica” McDowell impegnato in un gustoso tour de force con Carol Alt. Il film si compone, come un puzzle, di tanti episodi aventi come filo conduttore una riunione di defunti nel loro cimitero. La loro non è una vera fine, ma è solo una sosta la cui durata è ancorata al ricordo che i loro conoscenti continuano ad avere di loro. Finché qualcuno ricorderà i morti questi ultimi non saranno mai tali. Ciò a significare che anche dopo la morte, non c’è pace fin quando la futilità della vita continuerà ad avere il suo peso anche sul nostro ricordo. La tesi mette a disagio in quanto coloro che vogliono bene ai propri cari e che li ricordano sono fautori di un’eterna condanna nell’aldilà per questi ultimi. Citti amplifica il tono dissacratorio mediante l’esasperazione dei ritratti dei protagonisti quando ancora erano in vita, mostrandone l’inutilità del fine stesso di esistere. Foto 05Ritroviamo quindi il personaggio di Angelo Cuoco detto “Scopone”, memorabilmente interpretato da un ispiratissimo Andy Luotto, il quale ci fa conoscere la causa di decesso più stupida ma (ahi noi!) più diffusa: il morire di vergogna. Ecco quindi che il donnaiolo alla continua ricerca delle natiche perfette, viene preso proprio per lo stesso “reparto” dalla vita. Vergogna di essere giudicati da una società che nasconde le sue colpe, ma che comunque è sempre pronta a puntare il dito verso il prossimo. Galeazzo Benti, nei panni del marchese Tommaso Grillo, rappresenta la tragica fine della lingua italiana la quale, inondata da proverbi e neologismi idioti, viene azzerata dando calvario eterno al trapassato in quanto ricordato per sempre da una società parimenti idiota. Il personaggio di Sergio Rubini (l’eroe Lucillo) restituisce a Cesare quel che è di Cesare con l’italiano medio sempre pronto, tramite la propria presunzione, ad eleggere a nuovi miti persone sconosciute in nome di un’ignoranza sempre più imperante con cui vengono sotterrati quelli veri trasformandoli in ricordo. Foto 02Ma a volte le ipocrisie o (come le chiamava il grande Eduardo De Filippo) le bugie hanno le gambe corte e tornano in superficie. Allora l’uomo abbraccia Hobbes divenendo l’homini lupus pronto ad uccidere pur di sopravvivere. Il personaggio di Mariangela Melato (Jolanda) che interagisce gustosamente con i due trombettisti ciechi (al secolo i Gemelli Ruggeri) è un inno alla gioia che, però, a volte si macchia di peccato (sua la causa della morte dei due sventurati). E forse è per questo che Sergio Citti premia i tre facendogli conoscere la “vera” fine. Ultima, ma non per importanza, è la storia d’amore tra Alma ed Edmondo (rispettivamente Carol Alt e McDowell) che vede la finzione diventare vita che poi è lo speculare della morte. L’attore che recita talmente bene la morte da morirne davvero. Morire di morte per non morire di finzione. Foto 03Bellissimo l’apologo nelle parole del regista (mai inquadrato in volto) che assiste al provino dei due attori sul palco, con il quale Citti rappresenta un’umanità che ormai ha perso qualsiasi sensibilità tanto da non commuoversi (o impaurirsi) più, neanche di fronte al gesto estremo. “Non fa più impressione a nessuno” dice il personaggio del cinico regista (che in tal caso coincide con quello vero). Monito diretto ad un certo modo di fare cronaca o tv tutto indirizzato al sensazionalismo come mezzo di assuefazione a ogni nefandezza. Per finire è doveroso menzionare la strepitosa interpretazione di Vittorio Gassman nei panni del custode del cimitero che, come un moderno Caronte, traghetta i vivi (rappresentati come vere e proprie bestie umane) verso le tombe rivestendoli di tutto quel depredato da lui stesso dai cadaveri portati al suo cospetto. In questo personaggio il regista romano ribadisce aspramente il concetto che “polvere eravamo e polvere ritorneremo” in uno scambio di spoglie dall’afflato impietoso come succede nell’episodio del povero defunto inglese Archibald Williams (interpretato da Donald O’Brien) in cui Alvaro Vitali (Torquato) e il becchino Aldo Giuffrè diventano complici del Dio Denaro che fa piangere i cari anche per gli sconosciuti scambiando le vite come loculi nel cui buio si perdono sentimenti di tutta una vita. Bella la trovata del mal di denti che affligge il custode Domenico tanto da star lì ad evidenziare che (visto la tematica del film) i parenti sono come i denti, provocano dolore. Morirà anche lui ritrovandosi tra i suoi “vecchi visitatori” e finirà anche lui nel ridere della vita guardando l’ennesimo giorno passare e sapendo che la mattina dopo il cimitero resterà chiuso causa la sua assenza. Perché in fondo chi è morto ha messo il punto mentre chi rimane in vita ancora usa la virgola per lasciare ancora aperto un discorso inutile.
Alessandro Amantini

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