L’empirismo del ridicolo: il porno di von Trier

Nymphomaniac, anzi Nymph()maniac (come riportato sul DVD dove il foro del supporto digitale coincide con il disegno che richiama la forma vaginale!) di Lars von Trier. Come porsi al cospetto di cotanta opera shock? Semplicemente non stupendosi di nulla. Siamo di fronte ad un progetto che non ha nulla di lineare, povero di idee e privo di fantasie veramente scioccanti. Il film parte in rampa di lancio promettendo sfaceli visivi e ardimentose imprese (si pensi alla nichilistica track di apertura Führe Mich eseguita dai Rammstein, forse unica componente veramente eversiva del film), ma finisce con l’essere un semplice e sterile esercizio di stile (?) in cui il regista, un tempo grande disegnatore di incubi ad occhi aperti (si pensi ad opere come Dogville [2003], la serie The Kingdom [2003] e il bellissimo Le onde del destino [1999]), si cimenta senza arte né parte. Ridicolo, prima di tutto, l’incipit con cui parte Nymphomaniac Volume 1 in cui una devastata e tumefatta Charlotte Gainsbourg (Joe) si ritrova a parlare sdraiata per strada con un passante, il quale trovandola lì in quelle condizioni, può solo che offrirle una tazza di the a casa sua. Questo il detonatore per far deflagrare l’ordigno erotico insito nei racconti che la donna propina al suo soccorritore. Nei panni di quest’ultimo un imbolsito Stellan Skarsgård che dà al personaggio lo spessore di un vecchio libidinoso che però tiene a freno le proprie fantasie somministrando una saggistica d’accatto sulla pesca (scena scult l’accostamento visivo dei pesci ai passeggeri del treno nel primo capitolo The Compleat Angler – Il pescatore perfetto). Ma andando avanti si percepisce subito il delirio (non solo filmico) del cineasta danese, il quale smuove addirittura le variabili di Fibonacci per dare un senso (a chi lo vuol trovare) alle penetrazioni e ai rapporti anali della protagonista da giovane (interpretata dalla modella Stacy Martin) nel secondo capitolo Jerome, arrivando addirittura a far scorrere i numeri sullo schermo. Qualche critico cinematografico ha gridato al “porno filosofico”, ma allora noi ci chiediamo: cosa c’entra la matematica? Per fare di un film porno un film filosofico bisogna smuovere i padri delle scienze empiriche? Se si pensa poi alle variabili dette che condividono lo schermo con uno Shia LaBeouf (il Jerome che dà il nome al capitolo) in mutande allora siamo proprio di fronte allo zenit dell’anticinema. Il terzo capitolo Mrs. H – La signora H vede la protagonista, ormai non più schiava della propria verginità, prendersi il suo tempo a suon di coiti con diversi uomini il cui numero arriva ad essere talmente alto tanto da costringerla a giocarseli con il tiro di due dadi sul tavolo della cucina di casa! Il quarto capitolo Delirium (il vero titolo, secondo chi scrive, da attribuire all’opera) vede uno sfortunato Christian Slater nei panni del padre della ragazza il quale nei precedenti capitoli appariva nei flashback della protagonista che cercava pochi momenti di luce in mezzo ad una vita tanto buia (è lui l’esperto di rami secchi e foglie da giardino!). In questo capitolo lo vediamo in piena crisi isterica ed in fin di vita in un ospedale con tanto di primi piani delle sue evacuazioni prontamente pulite e “padellate” dagli infermieri di turno. Il tutto mentre sua figlia si fa di tanto in tanto il portantino dell’ospedale. La liturgia sessuale continua con l’ultimo capitolo The little Organ School – La scuola di organo in cui la protagonista, durante un rapporto sessuale con Jerome, prende coscienza di non aver più la possibilità di avere un orgasmo causa un blocco psico-fisico permanente. Si apre così Nymphomaniac Volume 2 in cui ritroviamo il vecchio ascoltatore ancora alle prese con i racconti di Joe. La pellicola ci restituisce i personaggi del primo volume solo in piccoli flashbacks dato che la vera protagonista diventa Charlotte Gainsbourg la quale continua il suo racconto introducendo il capitolo The Eastern and the Western Church (The Silent Duck) (La chiesa d’Oriente e d’Occidente [L’anatra silenziosa]), in cui von Trier pone a confronto le due ortodossie religiose di Occidente e Oriente tramite un apologo a dir poco dozzinale utilizzando il sesso nelle sue deviazioni sadomasochistiche come mezzo di confronto tra il presunto “essere normale” e “l’accettare di essere anormale vivendone le conseguenze”. Due mondi e due modi di discriminazioni che potrebbero essere forse un punto a favore per un eventuale decollo del progetto, ma che il regista butta all’aria scegliendo, come in tutta l’opera, la via shock delle pratiche bondage a cui la protagonista si sottopone al fine di recuperare la sessualità ormai andata perduta (di queste appunto l’anatra silenziosa sulla quale stendiamo un velo pietoso di silenzio). Il film continua spaesato senza saper che strada prendere fino ad arrivare ai due ultimi episodi The Mirror (Lo Specchio), in cui Joe ribadisce il proprio orgoglio di essere ninfomane sputando sentenze sulla sua ineluttabilità in faccia al gruppo di terapia a cui si era iscritta al fine di poter guarire, e The Gun (La pistola), in cui Willem Dafoe riveste i panni di L uno strozzino che vede nella furia rivoluzionaria di Joe un perfetto mezzo di recupero crediti. Lacerante e moralmente discutibilissima la scena in cui la Gainsbourg riesce a recuperare un pagamento da un sottoposto mettendone a nudo la natura pedofila giustificandone ed elogiandone l’esistenza repressa invece che attiva. La pistola del titolo è quella che Joe tenta di usare per uccidere Jerome (uno degli strozzati) il quale aveva intrapreso una relazione con un’altra soldatessa di L. Finirà pestata da Jerome in un vicolo (quello dove viene ritrovata dal passante ad inizio del primo volume) mentre quest’ultimo “ripeterà” le variabili di Fibonacci con l’altra ragazza, la quale poi umilierà Joe in modo disgustoso prima di lasciarla esanime. Il racconto ci riporta nella stanza del passante che ascoltato tutto ciò confida alla protagonista di non aver mai praticato sesso. La ragazza è contenta di aver trovato un amico in lui, l’unico che l’abbia mai saputa ascoltare veramente. L’uomo le dà la buonanotte e la luce della stanza si spegne. Tutto finisce, ma il finale shock è dietro l’angolo.
Non si vuole andare avanti nel recensire un’opera tanto ridicola. Alcune considerazioni sono doverose. Per primo ci rincresce che una pletora di attori di alto livello si prestino a tali operazioni. Vedere Uma Thurman (la signora H) nel ruolo della moglie tradita di uno degli amanti della protagonista è delirante, come delirante è far passare Shia LaBeouf come un uomo maturo e sessualmente iperattivo. Ma il ridicolo è il voler far passare tale film come eversivo e shockante quando la vera eversione sarebbe stata vedere tali attori cimentarsi in prima persona nelle arti erotiche rappresentate e non simulare orgasmi solo su locandina. Unica nota “positiva” del progetto è il coraggio di Charlotte Gainsbourg la quale è l’unica a cimentarsi in una vera scena hard, ma ci troviamo, comunque, di fronte ad una grossa e ridicola illusione in quanto quasi tutto il progetto Nymphomaniac è interpretato da Stacy Martin, una modella esordiente e misconosciuta che sembra aver messo in conto già da molto tempo il “doversi sporcare le mani” con tale interpretazione. Infatti è lei a dare anima e (sopratutto) corpo alla Gainsbourg da giovane. Inoltre il resto del film è tutto costruito su scene ai limiti dell’hard interpretate per lo più da attori sconosciuti e l’unico “vero primo piano” viene realizzato mediante un’angolazione di ripresa che ci fa fortemente dubitare delle vere “doti” di Shia LaBeouf. Nei titoli di coda del primo volume Lars von Trier ci anticipa, come una torta, alcuni assaggini di Nymphomaniac Vol. 2, ma ormai la frittata è fatta. Del progetto si salva solo qualche frame di puro cinema von Trier, con alcuni momenti buoni nella cura della fotografia o del montaggio. Ma il tutto è buttato qua e là senza cura. Sono lontani i tempi di opere come Idioti (1998) e di progetti come DOGMA 95 dove la carica eversiva era radicata nella rappresentazione come nella storia, identificandosi in quella anarchia narrativa che aveva fatto del regista uno dei maestri del cinema indipendente. Con i due capitoli di Nymphomaniac si chiude la ideale “Trilogia della depressione” iniziata con il cerebrale Antichrist (2009) con complici sempre la Gainsbourg e Dafoe. Ma come nel primo capitolo anche nel dittico “intelletual-porno” la vera depressione viene allo spettatore. Si deve però riconoscere che Antichrist risulta essere di spessore diverso nonostante gli scivoloni nell’hard di alcune sequenze. Ma già in esso si comprendeva come il regista avesse in mente di spingere il piede sull’acceleratore. Peccato che tale pedale lo avevano già spinto quarant’anni fa registi come Russ Meyer (sua la trilogia di Vixen), John Waters (suoi Polyester e Pink Flamingos) e Gerard Damiano regista di Gola Profonda al quale va il merito di aver sdoganato a livello internazionale il cinema porno grazie alla complicità di una formidabile Linda Lovelace. Fortunatamente ci troviamo a recensire Nymphomaniac nella sua versione ridotta (240 minuti contro i previsti 330) e ciò ci fa sorridere perché si pensa a cosa sia stato tagliato e soprattutto perché a inizio opera vi è l’avviso che il regista ripudia tale versione consentendone però la diffusione (!). Punto dolente (ma si tratta sempre del solito escamotage commerciale?) risiede inoltre nel fatto che tale versione non venga comunque completamente vietata ai minori di 18 anni (il primo volume è vietato ai 14 anni) dato che ci sono situazioni ai limiti dell’hard puro. Dilemma che rimane impresso sicuramente nei cuori dei giurati di Cannes e di Venezia e di qualche giornalista, che già si sta leccando i baffi pensando alla versione uncut (annunciata, guarda caso, ad inizio 2015). Ci viene il sospetto che in tali festival si osannino tali operazioni in quanto esse sono l’unica occasione di assistere ad una breve “boccata di ossigeno” in mezzo alla micidiale pesantezza di proiezioni di film coreani, iraniani e thailandesi i quali vengono ripetutamente premiati e poi finiscono nel dimenticatoio della settima arte (alcuni non trovano neanche una distribuzione in Italia!). Sembra di assistere al bambino che lancia il sasso e nasconde la mano. E allora, almeno per una volta, diciamolo apertamente: basta fare i falsi intellettuali e rituffiamoci nello svago! Allora sì che potremmo dire che Nymphomaniac sia un film veramente filosofico!
Alessandro Amantini

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