L’apologo morale di DeMonaco

“Benedetti siano i Nuovi Padri Fondatori che ci permettono di purificare le nostre anime. Benedetta sia l’America, una nazione risorta”. Con questo proclama si riapre Anarchia – la notte del giudizio, secondo capitolo incentrato sullo “sfogo” perpetrato come regola annuale dal Governo degli Stati Uniti al fine di contenere la violenza ormai stratificata nella società e al contempo di riuscire a risollevare le sorti macro-economiche della nazione. Possiamo confermare che il regista statunitense James DeMonaco continua a stupire facendoci comprendere di avere ancora molto da dire. Questo nuovo approccio alla “purificazione” risulta essere addirittura superiore al prototipo sin dai primi passi. Cominciamo con il dire che mai titolo fu più azzeccato in quanto esso stesso risulta essere la vera conseguenza filologica del disegno politico-sociale intorno a cui ruotava l’intera vicenda del primo film. Degna di nota è la locandina originale della pellicola (in Italia riproposta in modo light) che noi preferiamo pubblicare in quanto pregna di significato: la bandiera americana, la mitica “Stars and Stripes“, viene stravolta nella sua struttura e di conseguenza nel suo significato. Se è vero che la bandiera di una nazione rappresenta non solo la sua storia, ma le regole su cui si basa la stessa convivenza sociale, DeMonaco la bandisce per poi capovolgerla quasi a significare la visione sovversiva dello “sfogo” perpetrato dagli stessi padri della patria, sostituendone le tredici strisce rosse (le colonie americane) con una sequela di armi dello stesso colore (spericolato riferimento al problema della continua diffusione delle stesse, sancita come diritto dal II Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America). Passando poi alla storia, la macchina da presa si sposta al di fuori delle case (prese come punto di riferimento nel primo capitolo) seguendo passo dopo passo la “purificazione” esaminandola non solo dal di fuori, ovvero nelle barbarie che scorrono lungo le superstrade o nei bassifondi delle città coinvolte, ma nel profondo, nella sua struttura e, conseguentemente, nelle sue più nascoste contraddizioni. Il regista posa l’occhio dell’obbiettivo costantemente sulla vicenda di un gruppo di persone le quali, volutamente e non, sono rimaste all’aperto durante la notte del massacro. Lo spettatore viene messo gradualmente a conoscenza del microcosmo di ognuno dei personaggi i quali cercano di sopravvivere mossi dalle proprie motivazioni. A capo del gruppo ritroviamo Frank Anthony Grillo nei panni di Leo Barnes il quale salvata la vita a Eva (Carmen Ejogo) e sua figlia Cali (Zoe Soul), incontra Liz e Shane (Kiele Sanchez e Zach Gilford) una coppia rimasta in panne con l’auto (sabotata da uno dei mercenari dello “sfogo” ). Foto 04 Arriveranno, alla salvezza attraverso una lunga corsa alla sopravvivenza costellata da scoperte sconcertanti riguardo l’essenza della purificazione e comprendendo come essa dia adito al proliferare di una serie di connivenze sociali e malavitose degne della vita normale. Già, proprio così. DeMonaco ci fa capire che tanto è più alta l’aberrazione dello sfogo tanto le nefandezze celate nella vita normale subiscono una traslazione nella notte dell’anarchia ricreando lo stesso mondo di corruzione che si cercava di combattere proprio con tale pratica di contenimento sociale. Il discorso che viene affrontato e i temi sociali trattati sono profondissimi e il regista dimostra di avere stoffa nel rappresentarli senza mai cadere in vuoti di sceneggiatura (scritta da lui stesso) e restituendo una rilettura del primo capitolo più stratificata e complessa, complice anche la riduzione della componente violenta piegata a quella del racconto e della critica. Il riferimento (solo ideologico e non splatter) ad Hostel diretto anni prima da Eli Roth è forte, ma, come raramente accade, pur essendo Anarchia cronologicamente successivo, riesce a parlare il cosiddetto “politichese” molto meglio del film di Roth conferendo più significato socio-politico alla non violenza a dispetto della macelleria gratuita ed esasperata tipica del Torture porn alla quale molti critici hanno insistentemente (e secondo chi scrive inutilmente) voluto attribuire un significato simile. Bollato ingiustamente come horror, il filone apocalittico di DeMonaco si mette a disposizione di una lucida costatazione della società attuale (pericolosi ed espliciti sono i riferimenti ai recenti omicidi perpetrati dalla polizia statunitense a scapito delle comunità di colore) criticando aspramente tutti i massimi sistemi, non risparmiando nessuno (di impatto è l’uccisione di un mediatore finanziario che aveva mandato falliti poveri pensionati che gli avevano affidato i propri risparmi) e niente, in nome di una chiarezza a volte troppo celata nella cosiddetta “società perbene” rappresentata in modo aberrante nei suoi salotti e ricevimenti durante la notte del massacro. La profondità del contesto viene contrappuntata in modo aderente dall’ottima colonna sonora elaborata da Nathan Whitehead la quale accompagna ancora una volta originalissimi titoli di coda la cui visione lasciamo che siate voi ad esaminarla. Un film da vedere e rivedere per desumerne ogni volta una chiave di lettura diversa. Tensione profonda. Apologo morale altissimo. DeMonaco vicinissimo al capolavoro di genere.
Alessandro Amantini

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