La firma di DeMonaco all’autentico horror

Ciò che si definisce “aria fresca”. Ed infatti è proprio così: il regista James DeMonaco ci restituisce con il suo La notte del giudizio una breve boccata di ossigeno cinematografico. In un genere quale il thriller/horror, ormai inflazionato da case in cui è vietato entrare, da esorcismi in diretta o macellerie gratuite, il regista statunitense conferisce alla sua opera uno spessore più ampio: la struttura, solo all’apparenza banale, ricalca i temi cari allo slasher, ma ne reinventa la struttura motivazionale incastonandola in una cornice sociale mai banale e profondamente cinica.
Siamo finalmente di fronte ad un film d’autore, se vogliamo anche abbastanza indipendente, dove i fantasmi della messa in scena giocano un ruolo fondamentale nel far crescere la tensione. Inizialmente il film parte molto lento con momenti da commediola americana. Ma in quei sorrisi ostentati da vicini di casa e amici di lavoro si percepisce un malessere strisciante che vibra sotto pelle. Gesti insensati (fiori blu che vengono posti sull’uscio delle case) e discorsi improbabili (ci si raccomanda di chiudersi in casa per avere una serena notte) mettono i brividi giacché è proprio il non comprendere le cose ciò che mette più a disagio ed è proprio su questo che DeMonaco lavora molto bene restituendoci una genuina atmosfera malata tipica degli horror anni ’70. Tutto poi sarà chiaro, ma ciò che interessa al regista è il far crescere sempre di più l’inquietudine che dal di fuori si trasferisce negli interni delle case, quei limbi inviolabili causa di affetti forzati o prestabiliti in cui basta una sola incomprensione per farli crollare. E di fuori, poi, c’è lo “sfogo”, la purificazione (infatti il titolo originale è The Purge) che scorre per 12 ore ininterrotta. Tutto cambia in nome della violenza, quella che ognuno di noi reprime nel quotidiano, quando si subisce uno sgarbo in auto oppure si litiga con i superiori nell’ambiente di lavoro. Allora l’essere umano cessa di essere tale in nome di un legale diritto alla vendetta. È proprio questo il fulcro intorno al quale ruota l’intera riflessione del film di DeMonaco. Lo sfogo è solo una veicolazione della rabbia repressa che però sfocia in tragedia. Vittime della rabbia diventano i reietti, i barboni o tutti coloro che, essendo meno abbienti, non possono permettersi una casa o magari un bunker come quello che il protagonista ingegnere James Sandin (un ottimo Ethan Hawke in gran ripresa di carriera) si è costruito per proteggere la propria famiglia. Ma il fattore di cui anche il miglior informatico non può avere mai la padronanza è quello umano. La presenza della misericordia, dell’umanità insita in ognuno di noi fa vacillare quell’equilibrio che fino ad allora sembrava inossidabile. La struttura bunker si apre in nome della speranza che il figlio più piccolo dell’uomo regala ad uno sconosciuto predestinato ad essere preda di un gruppo di “macellai” dello sfogo. Da quel momento la pellicola si trasforma in un assalto forsennato alla civilizzazione dove la violenza crea disagio ad un sistema giuridico-economico che da una parte l’autorizza legalmente, ma che da un altro la vede come componente estranea e pericolosa. Lo sfogo è legale, ma qual è il suo confine? Esso è proprio nell’aberrazione che rappresenta. Gli unici a pagare sono le persone perbene (poveri o benestanti che siano) oppure quella parte di società (i senza tetto, i tossicodipendenti) che grazie alla notte del massacro verrà eliminata creando così impennate per il prodotto interno lordo. Meno poveri per le strade, meno problemi, meno soldi da spendere in aiuti umanitari.
Degni di nota i titoli di coda sotto i quali si possono ascoltare le cronache degli inviati tv sui luoghi dove la notte della purificazione si è svolta. Lasciamo a voi il compito di ascoltare le loro parole per operare una profonda riflessione su cosa siamo diventati in nome di una spettacolarizzazione della violenza che altro non è che lo specchio di una società che ha perso la speranza nell’essere tutelata in modo eticamente corretto e che quindi riversa la sua rabbia nella forza come unico mezzo riconosciuto.
Quando il genere horror riesce ancora a parlare alle persone.
Alessandro Amantini

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