L’estremo ribaltamento dei ruoli in Cannibal Holocaust

Estremo. È l’unico modo che viene in mente per poter definire il controverso e censuratissimo Cannibal Holocaust. L’aggettivo, però, non va inteso nella sua accezione più negativa, quella  che, il più delle volte, risulta essere oscurata da quell’alone di pregiudizio che i benpensanti attribuiscono al genere cannibal movie. Non solo perché il film ne è il capostipite assoluto, ma anche perché l’operazione rappresenta un vero e proprio atto di coraggio (siamo solo nel 1980) che solo un mestierante di talento come Ruggero Deodato poteva attuare.  Il regista potentino gira con mano sicura senza remore né castrazioni professionali, un’opera che fa scalpore non facendo sconti a nessuno, neanche allo spettatore chiamato a ricoprire il ruolo di voyeur  rispetto alla violenza che cospicua scorre sullo schermo. Deodato pone al centro della storia due schieramenti ben distinti: da una parte gli indigeni, gli abitanti della foresta, i “selvaggi”, e dall’altra i visitatori, gli uomini “civilizzati”, e con inaudita ferocia ne scambia i ruoli facendo collassare quell’equilibrio che madre natura stessa con tanta cura aveva stabilito. Il gioco delle parti si trasforma in una terrificante corsa al massacro dove civiltà e inciviltà si mescolano pericolosamente. Già, perché quello che preme al regista non è confondere le idee su quali siano i massimi sistemi etici e morali su cui la società civilizzata si fonda, anzi, è proprio il ribadirle dandogli però una visione nuova e lucida, identificando quell’anello mancante nell’evoluzione umana che altro non è che la genesi antropologica dell’istinto primordiale più profondo. Gli indigeni tornano alle loro usanze “culinarie” non solo perché esse sono la spina dorsale di un sistema di vita, ma anche come reazione ad una presunta civilizzazione che lo straniero vuole donar loro mediante innesti di violenza inusitata (gli stessi reporter provocano incendi, praticano stupri e altre efferatezze per poi incolpare le popolazioni autoctone al fine di poter realizzare sensazionali scoop). Ne esce fuori un quadro di desolazione umana senza precedenti dove non si sa più chi sia la vittima e chi  il carnefice, in un ribaltamento dei ruoli che trova come unico mezzo di espressione la videocamera, costantemente accesa  in presa diretta (agghiacciante la scena di chiusura del film in cui uno degli inviati ordina all’altro suo amico di non fermare la ripresa neanche quando egli stesso viene sbranato dai cannibali in rivolta). Il video, questo regno catodico in cui vengono convogliate tutte le emozioni, lo strapotere dei mass media, l’apparire per non scomparire e la complicità voyeuristica fanno di Cannibal Holocaust una riflessione sul punto di non ritorno di una catena alimentare che sembra piegarsi su se stessa autodivorandosi. Il regista non cerca risposte, anzi le dà sia allo spettatore sia a se stesso (complice nascosto di questa tremenda presa di coscienza). Alla sua prima proiezione nelle sale italiane, il film di Deodato suscita da subito  polemiche e censure a non finire arrivando a essere bandito in ben 23 paesi (alcuni di loro ancora oggi mantengono il “dazio”). Tutto ciò comportò per il regista addirittura quattro mesi di detenzione (soprattutto per la ripresa di sevizie vere su animali). Il realismo del film è talmente devastante e radicale che molti spettatori sulle prime credono di assistere a vero snuff movie. Percezione, questa, amplificata dall’espediente da parte del regista di ordinare agli attori (tutti volutamente sconosciuti ad eccezione di Luca Barbareschi) di non farsi vedere alla prima del film dando così l’idea di una vera e propria scomparsa. Lo stesso Deodato viene costretto a far venire in aula del tribunale, durante uno dei numerosi processi a suo discapito, alcuni degli attori del film a riprova della loro non “prematura scomparsa”. Negli anni successivi assistiamo al tentativo da parte di altri registi, di riuscire a centrare l’obbiettivo vantato da Deodato, ma l’originalità e il coraggio del regista potentino rimangono ineguagliati e, col passare del tempo, lo hanno reso uno dei registi cult nel genere tanto da meritarsi il soprannome di Monsieur Cannibal da parte degli estimatori francesi. Il film è il secondo capitolo di una trilogia sul regno cannibale (il primo è Ultimo Mondo Cannibale del 1977 e il terzo è Inferno In Diretta del 1985).  Le musiche trasognanti che accompagnano le agghiaccianti scene di violenza presenti nel film sono composte ed eseguite dal maestro Riz Ortolani. Nel 2013 il regista statunitense Eli Roth ha realizzato il remake del film di Deodato dal titolo The Green Inferno, nome della seconda delle due parti in cui Cannibal Holocaust è suddiviso (la prima è The Last Road to Hell). Particolare interessante è il fatto che le due parti del film sono girate con pellicole diverse al fine di dare un effetto più realistico e quasi documentaristico alla pellicola. The Last Road to Hell risulta filmata in formato 35mm a differenza di The Green Inferno  girata in formato 16mm. Nel 2003 la Alan Young Video Production realizza la prima edizione in DVD del film di Deodato con un nuovo riversamento del master originale. Al suo interno, oltre alla versione integrale della pellicola, ritroviamo più di un’ora e mezza di contenuti extra dei quali solo la prima ora dedicata all’inedito Making Of. Il supporto viene patrocinato dallo stesso regista che introduce il film con un ringraziamento personale ai realizzatori dell’edizione digitale. Per molti anni il film di Ruggero Deodato subisce continui attacchi da parte di associazioni animaliste a causa delle scene di sevizie a scapito di animali presenti nel film. A tal fine il regista ha sempre sostenuto che le sevizie purtroppo sono vere ma da lui solo riprese e non eseguite a scopo filmico in quanto frutto di usanze da parte delle popolazioni del luogo. Tale diatriba causa l’annullamento della proiezione della pellicola in versione integrale in molti festival specializzati compreso la prima edizione dell’Italian Horror Fest del 2010 nella città di Anzio (Roma). Nel 2011, nonostante gli ennesimi tentativi da parte di alcuni detrattori, il film viene finalmente trasmesso in versione uncut (mantenendo il divieto ai minori di 18 anni) in occasione della seconda edizione dell’Italian Horror Fest svoltasi nel Forte Sangallo della Città di Nettuno (Roma).
Alessandro Amantini

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