Ricordi – Obbedienza e crimine in Codice d’onore

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“Non serve una mostrina per essere un uomo d’onore”. Questa la frase pronunciata dall’avvocato Daniel Kaffee (interpretato da un Tom Cruise in gran spolvero) nei confronti del caporale Dowson (al secolo Wolfgang Bodison) alla conclusione del film. Un’affermazione accolta dal soldato con una vera e propria presa di coscienza sugli sbagli e sulle proprie responsabilità. Ma quanto questi ultimi possono rispettivamente ritenersi tali? Codice d’Onore affronta la necessità di dare risposte a domande troppo più grandi di noi. Un crimine risulta tale anche se a commetterlo sono soldati che obbediscono ad un ordine impartito? Un’azione è tale anche quando si fa riferimento ad una struttura militare che opera in tempo di pace? Il regista Rob Reiner mette in discussione i massimi sistemi traendone un acceso dibattito non solo giuridico ma esistenziale. Il crimine di cui si sono macchiati gli imputati (l’altro accusato è interpretato da James Marshall), nel processo cui ruota intorno la vicenda, è un ordine. Ma quanto questo è tale se a impartirlo è il proprio comandante? 02Allora l’asse si sposta e tende ad evidenziare la discutibilità dell’operato di quest’ultimo. Il sistema che ci si viene a trovare di fronte è profondamente ancorato a tutte quelle basi di prevaricazione e di violenza che, unite, formano un sistema di controllo che usa come mezzo l’infondere paura. La stessa che prova il protagonista nel chiamare a deporre il Colonnello Nathan R. Jessap (interpretato in modo unico da Jack Nicholson04), causa un’eventuale corte marziale come punizione per aver provato a denigrare un militare fino ad allora con uno stato di servizio impeccabile. Paura dei gradi, delle punizioni oppure di perdere quell’onore tanto supplicato e raggiunto sentendosi finalmente parte di qualcosa (sia Daniel e i suoi aiutanti sia gli imputati sono pedine del medesimo gioco di poteri). Ecco allora che una semplice mostrina militare rappresenta non solo un decoro ma il compimento di una vita, prova tangibile della propria esistenza, della propria “non messa da parte”. 05I due marines incolpati dell’omicidio di un loro commilitone sono convinti di aver fatto fede ad una struttura (Onore/Corpo/Dio/Patria) fondata su un muro di gerarchie le quali, citando le parole di Jessap, “fanno da scudo protettivo ad una società che nei suoi desideri più nascosti ci vuole in cima a quel muro”. Poi la società, quella dei desideri più oscuri, fa i conti con la propria coscienza (si pensi alla Guerra del Vietnam o all’omicidio Kennedy) e allora critica il modo con cui quello scudo che la protegge viene sollevato. L’America critica se stessa, il suo sistema che a volte è lo specchio delle proprie tragedie (si pensi all’uso delle armi da fuoco e alla strage della Columbine High School). Alla fine trionferà la vera giustizia. 03Tutti i capi di accusa cadranno, ma i Marines saranno congedati con disonore. Disonore che è al contempo onore per aver obbedito comunque ad un ordine, e paradosso a causa dell’uso della forza come mezzo di educazione. La fine della pellicola ci fa gioire stingendo però un po’ i denti a causa di quella rabbia per un qualcosa che sa di rimasto in sospeso. Quel discorso incompiuto che è dentro ognuno di noi. Quella stessa sensazione che si ha quando si sa di aver sbagliato in un determinato atteggiamento e a cui si cerca invano di dare una giustificazione. Forse è proprio questo disequilibrio che oggi è il motore delle coscienze che manda avanti interi paesi. Anche il nostro.
Alessandro Amantini

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