Ricordi – Un borghese piccolo piccolo

Come porsi di fronte a Un borghese piccolo piccolo?  Semplicemente con una totale devozione a un attore che ha reso il nostro paese orgoglioso del proprio Cinema. Alberto Sordi, qui guidato da un Mario Monicelli in stato di grazia (partendo dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami), dà vita ad uno dei personaggi più importanti della sua carriera e ci restituisce forse la sua migliore prova di attore.
Giovanni Vivaldi è un personaggio piccolo piccolo, un perdente che cerca di sopravvivere a una società che tende sempre più a schiacciarlo. Di sogni lui non ne ha più, non ha più nessun obiettivo personale, ma ha solo un sogno: quello di riuscire a dare un futuro al figlio (interpretato con misura da un bravo Vincenzo Crocitti) vedendolo diplomato. Per questo è disposto a scendere a patti con tutto e con tutti, addirittura iscrivendosi alla Loggia P2 convinto da un suo superiore, tale Dr. Spaziani (al secolo Romolo Valli). I 36/60esimi che il figlio riesce a strappare agli esami sono per Vivaldi come un 60 con lode. Ma di colpo il figlio scompare, ucciso durante un agguato di alcuni terroristi. Di lì a poco la vita di Vivaldi cambia tragicamente. Nella prima metà del film Sordi gioca con i tic dell’italiano mediocre, di colui che cerca di sopravvivere perché rassegnato a rassegnarsi, ma con il precipitare degli eventi, l’attore romano dà vita a un impressionante cambio di registro, rappresentando il lato più oscuro dentro ognuno di noi. Vivaldi trasfigura in mostro spietato, che vede la giustizia come mezzo non più adeguato per sanare ferite ormai troppo profonde. Il decorso sarà tragico. Terribili le scene di tortura inflitte all’assassino nella cantina di casa come agghiacciante la scena in cui Vivaldi mostra il supplizio del colpevole alla moglie (interpretata magistralmente da Shelley Winters) ormai resa paraplegica da un infarto causato dal dolore per la morte del figlio. Vivaldi non è altro che il ritratto di cosa eravamo e di cosa siamo diventati. Di un’Italia che è cresciuta su false promesse e ora vive su un muro di carta. Il sogno sfumato del professore romano non è altro che quello di un’intera generazione che man mano ha visto fallire tutte le speranze per cui aveva lottato. La mediocrità di un certo italiano medio viene restituita dalla formidabile interpretazione di un Sordi mai più così bravo. Un film che difficilmente si lascia dimenticare. Pioggia di riconoscimenti tra cui “David di Donatello” nel 1977 come miglior film e “Nastro d’Argento”, sempre lo stesso anno,  a Sergio Amidei e Mario Monicelli per la migliore sceneggiatura.
Alessandro Amantini

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