Ricordi – Blade Runner

È il 1982 e Ridley Scott è già un regista affermato essendosi fatto notare con pellicole come I Duellanti (con Harvey Keitel e Keith Carradine)  e Alien (con Sigourney Weaver), ma di lì a poco entrerà nella storia con l’opera più importante e imponente mai realizzata nel genere della fantascienza cyberpunk: Blade Runner. Scott si misura con il romanzo Il cacciatore di androidi di Philip Kindred Dick e ne trae un affresco di ineguagliabile potenza visiva e filosofica. Partendo da un futuro molto lontano (ma forse non troppo) il regista inglese ragiona sui massimi sistemi esistenziali fondendo la fantascienza pura con la ricerca dell’impotenza dell’uomo di sostituirsi a Dio. La vicenda è quella di Rick Deckard (Harryson Ford), cacciatore professionista di replicanti incaricato dalla Tyrell Corporation (una corporazione leader nella produzione di robots) di ritirare ed eliminare un gruppo di umanoidi ormai fuori controllo. La storia si immerge in un ambiente cupo dove la metropoli diventa labirintico scenario di decadenza bagnato continuamente da quella pioggia radioattiva (tanto cara a Scott che ne farà la “metaforica” protagonista nel successivo Black Rain con Michael Douglas e Andy Garcìa) che lo stesso uomo nutre con la sua incessante ascesa alla tecno-conoscenza. Ma gli umanoidi non sono fuori controllo, anzi rappresentano nelle loro azioni il concetto secondo il quale “vivere per invecchiare e morire non può bastare”. Tutto il significato del film quindi si racchiude nelle memorabili, e cinematograficamente antologiche, parole pronunciate nell’ultima scena dall’umanoide Roy Batty (Rutger Hauer): “Io ne ho viste di cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire”. Le parole (scritte dallo stesso Hauer in un momento di sublime ispirazione e aggiunte da lui alla sceneggiatura) rappresentano la futilità dell’uomo di fronte alla sua stessa creatura. L’allievo che supera il maestro, che gli fa capire che ci sono cose che l’essere umano non potrà mai vedere neanche tornando a nascere mille e mille volte.
Tutte quelle cose che la stessa crudeltà umana rende vane ed inimmaginabili applicando un timer all’esistenza e cancellandole di colpo facendole cadere come “lacrime nella pioggia”. E allora sì che arriva il “tempo di morire”, ma per chi? Per la macchina vincitrice o per l’uomo relegato sempre nello scomodo ruolo di perdente? La frase citata è una delle più splendide frasi di tutti i tempi e chiudendo gli occhi se ne comprende tutta l’importanza e al contempo la tristezza per la perdita di quell’album fotografico esistenziale che con forte disperazione Roy cerca di trattenere a sé, arrivando a infliggersi dolore con dei chiodi nelle mani per far sì che la sofferenza tenga lontano l’esaurimento della propria vita artificiale ancora per un attimo, ancora un’ultima volta. Quell’attimo mendicato, supplicato che ricopre tutta una vita che ne vale mille normalmente vissute. Ridley Scott non si ripeterà mai più in questo modo. Farà splendidi film, ma il suo Blade Runner rappresenta un vero e proprio spartiacque nella cinematografia fantasy per tutto il decennio di lì a venire.
Tecnicamente il film risulta impeccabile grazie alla magnifica fotografia di Jordan Cronenweth, che cattura, fotogramma dopo fotogramma, la livida disperazione delle scenografie da lui stesso realizzate. Il montaggio a volte lento e solenne, a volte frenetico e carico di tensione viene costruito adeguatamente da Terry Rawlings e Marsha Nakashima. Proprio grazie a quest’ultima si avverte una certa analogia con le atmosfere decadenti proprie del cyberpunk di stampo nipponico.
Gli effetti speciali sono assegnati al genio incommensurabile di Douglas Trumbull (suoi gli effetti speciali di 2001 Odissea nello spazio,  Incontri ravvicinata del terzo tipo, Star Trek).
Cast “All Stars” capitanato da un Harryson Ford negli abiti dolenti e tristi del cacciatore di replicanti Dekar. Al suo fianco una splendida Sean Young nell’ambiguo e tragico ruolo di Rachael. I replicanti invece hanno il volto del sempre glaciale Rutger Hauer e della bella Deril Hannan (Pris). Insieme a loro completano il quadro caratteristi del calibro di Joanna Cassidy (Zora), Edward James Olmos (Gaff) ed il compianto e sempre bravo Brion James nel ruolo di Leon (bellissima la scena dell’interrogatorio alla Tyrell Corporation). La storia acquista uno spessore (già imponente di suo) più ampio grazie anche all’eco dato dalle magistrali musiche eseguite da un Vangelis in stato di grazia che compone uno dei più belli e suggestivi soundtrack fantascientifici di tutti i tempi. Splendida e struggente la Love Theme (interamente eseguita al sax) e di classe il Blade Runner Blues, le quali scorrono sulle riprese aeree della futuristica metropoli ampliandone il senso di profondità e imponenza. Mentre di grande impatto il Main Theme impresso sullo scorrere delle “Memory of Green” dei titoli di coda. Cinema filosofico se non quasi metafisico. Chissà che Scott non abbia davvero visto balenare i raggi B nel buio in quel di Tannhäuser!
 Alessandro Amantini

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