Novità – The Wolf of Wall Street

“Perdete ogne speranza voi ch’ intrate”, come disse un tale tanto tempo fa. Mai frase è più adeguata per poter recensire questa ultima fatica di Martin Scorsese. I “voi” della frase sono gli spettatori che “entrano” in un cinema “sperando” di vedere un classico film del grande regista statunitense.Quando si dice classico film, nel caso di Scorsese, si identifica un film dal livello medio che comunque è sempre una spanna al di sopra di un qualsiasi altro film. Invece, purtroppo, la delusione è massima. Forse siamo di fronte al primo vero mastodontico inciampo del grande maestro. Partendo da una storia vera già banale ed inutile di suo, il regista confeziona una sorta di collage impazzito di situazioni al limite dello sberleffo telefonato. Il film procede inesorabile per circa 180 minuti tra una fellatio e un’orgia, tra turpiloquio e grandi sniffate di cocaina. Al centro della vicenda uno spaesato Leonardo di Caprio pronto a ringhiare, a scatenarsi in ridicole contorsioni e inesorabili show egocentrici. Ogni personaggio partecipa ad un proprio calvario cercato e voluto. Scorsese dà importanza all’effetto schock senza però approfondire minimamente i personaggi che sembrano piombare in scena da qualsiasi parte come una pioggia di proiettili impazziti. E mentre l’alcohol scorre a fiumi tra i meandri di una Wall Street sempre più lontana e imparagonabile a quella presentata con magistrale cinismo da Oliver Stone, ecco il solito sciagurato poliziotto di turno che cerca di smascherare le nefandezze di “stampo finanziario” di uomini che per farsi spazio in quel regno decadente consigliano al novizio protagonista di praticare almeno due masturbazioni al giorno! La crisi mercataria che colpì l’America in quel famoso lunedì nero del 1987, i riferimenti ai fatti incresciosi della Lehman Brothers sono solo accennati e vengono messi lì a far da cornice ad una storia insulsa. Inoltre fuori parte a livelli massimi Leonardo Di Caprio, che, non avendo sicuramente il volto dell’uomo maturo già di per sé, viene addirittura incaricato di recitare la parte del protagonista in due epoche diverse, ovvero da giovane e dopo circa 15 anni come personaggio maturo. Il risultato? La stessa persona che si aggira in epoche diverse conservando i propri tratti somatici e senza far percepire il cambio generazionale allo spettatore. La storia prosegue lenta e noiosa e alla prima ora e mezza si comincia a chiedersi quale direzione il film voglia prendere. Alla fine si assiste ad un film inutile che evidenzia l’impossibilità da parte del grande regista di riuscire a raggiungere ancora i fasti di Quei bravi ragazzi, Taxi Driver e Casinò. Scorsese non riesce più a tornare in quel di Mean Street dove è cresciuto  e non riesce più a scavare sotto la patina di falsa civilizzazione per arrivare al vero barbaro cuore delle anime metropolitane.  L’unica nota positiva è l’ottimo lavoro svolto sulla fotografia da parte del talentuoso messicano Rodrigo Prieto. Speriamo non sia arrivato quel momento particolare che ogni regista nella propria carriera si trova a dover affrontare: quello in cui si comprende la necessità di doversi prendere una pausa di riflessione e decidere di rimettersi in gioco cercando di valutare le proprie scelte in modo critico o capire se è ora di lasciare spazio a nuove leve e magari riscoprirsi produttore. Insomma “di ritornare” – citando le parole di Henry Hill (un Ray Liotta in forma straordinaria), protagonista di Quei bravi ragazzi – “ad essere uno di quegli stronzi che si alzano la mattina presto per guadagnare uno stipendio di merda e fare la fila come tutti gli altri”. A volte la realtà supera la finzione.

di Alessandro Amantini

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