“Capolinea” di Giorgia Amantini

Io ho un dono.
Riesco a capire le persone con cui ho a che fare semplicemente osservandole. Sarà che guido questo autobus da più di dieci anni e di umanità ne ho vista tanta. O forse sarà perché ho un sesto senso da far invidia anche ai medium più accreditati. Fatto sta che tutte le persone che ho conosciuto in questi anni mi hanno sempre riservato poche sorprese rispetto a quello che io avevo pensato di loro. Raramente ho sbagliato un giudizio, una sensazione, un parere. Raramente il mio intuito mi ha tradito. Forse perché dal mio specchietto retrovisore riesco a vedere esattamente le cose come stanno, mentre gli altri si ostinano ad ostentare una maschera che a tutti può sfuggire, ma non a me. Quando le porte del bus si aprono, anche se fingono di essere persone diverse, io riesco sempre a capire chi sono veramente. Ce l’ hanno scritto in faccia il loro tormento perché, badate bene, non ce ne è uno che non abbia i suoi bei problemi da risolvere. Quali problemi? I soliti, il male di vivere.
Solo che io riesco a capirli meglio perché faccio il turno di notte e quindi la gente che sale alle dieci di sera è talmente trasparente che anche se volesse nascondere i propri guai non ci riuscirebbe comunque. È in quel momento, infatti, che tutti sono sé stessi perché il mondo per la prima volta della loro giornata resta fuori, scorrendo velocemente nei finestrini bui illuminati soltanto dalla pallida e asettica luce del neon che attraversa tutto l’autobus. Il silenzio che regna è assordante e nessuno fa niente per romperlo, come se le parole potessero compromettere quell’armonia che faticosamente hanno desiderato nelle ore precedenti. Le preoccupazioni spariscono, gli occhi si chiudono, le teste si abbandonano sul sedile, il respiro si fa più regolare, i muscoli si rilassano, le labbra sorridono appena. Tutto in una quiete eccezionale che sparisce quando le porte si aprono periodicamente alle varie fermate e le persone ritornano ad essere immerse nei loro problemi e nelle loro esistenze grigie e vuote. Come faccio a sapere che le loro esistenze sono grigie e vuote? Lo so perché ho imparato a leggere nei loro occhi tristi ogni qual volta scendono dal mezzo, voltandomi le spalle e abbozzando un accenno di saluto. E poi, io ho quel dono di cui vi parlavo all’inizio.
Quel dono che mi permette di dire che quell’uomo dal caschetto giallo in testa e dalla camicia a quadri bianchi e blu seduto sulla sinistra, per esempio, è un operaio morto di fame, che non sa come arrivare a fine mese. Sono sicuro di questo perché sono quattro corse consecutive che indossa la medesima camicia e sono quattro corse consecutive che sul mezzo c’è un odore stantio di acqua di colonia scadente che non riesce a mascherare il vero olezzo della pelle di quell’uomo. Ma bisogna capirlo. Si ammazza di lavoro tutto il giorno, fa straordinari pagati una fame per portare qualche soldo in più a casa per sfamare i suoi cinque figli e magari la moglie non vuole fare più sesso con lui perché la trascura o semplicemente perché puzza come un caprone in calore. Per forza che ha l’aria incazzata, guarda fuori dal finestrino, chiude gli occhi per proteggersi dalla luce dei lampioni, si agita e si tormenta sulla sedia, non staccando mai gli occhi dalla strada. Ne ha tanti di pensieri, ma tutti i giorni torna a casa consapevole che il mattino dopo tutto sarà come prima o forse con la flebile speranza che le cose possano miracolosamente cambiare. Così si stende sul sedile e si cala il caschetto giallo sugli occhi, addormentandosi per un po’ fino a quando il primo scossone non lo riporta alla realtà e non lo costringe a scendere per tornare alla sua vita di merda. Poveraccio. Lui si che ha dei veri problemi. Perché io lo so che ha dei veri problemi. Non meno, però, della vecchietta seduta proprio di fronte a lui.
Avrà ottant’anni, è viva e vegeta come una trentenne e non mi stacca mai gli occhi di dosso. Forse sotto quel viso incartapecorito, quel trucco stantio, quella dentiera instabile, quella parrucca bionda pendente un po’ a destra si nasconde ancora una bellissima donna che nel fiore della sua giovinezza faceva girare la testa agli uomini, con quel profumo intenso di violetta che era l’unica cosa gradevole che ancora si poteva trovare in lei. Sicuramente la sua fame di uomini l’avevano portata ad essere una femme fatal, una di quelle donne per cui gli uomini avrebbero ucciso, una bomba sensuale che avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi se solo l’avesse voluto. Ma se adesso era lì, sola e convinta ancora di poter far girare la testa a qualcuno, qualcosa sicuramente nella sua vita non era andata per il verso giusto. Chissà, forse un uomo che l’aveva davvero conquistata e che l’aveva ricambiata con la sua stessa moneta. O forse semplicemente la solitudine e l’amarezza per non aver mai trovato un uomo simile o, peggio ancora, di non aver mai trovato l’amore. Io lo so che non ha mai trovato l’amore, i suoi occhi verdi me lo dicono. La malinconia che vi leggo non è solo frutto delle mie convinzioni, ma della dura realtà in cui la vecchia signora è costretta a vivere sempre. Sempre, ma non in quei dieci minuti di tragitto in cui si crede ancora una diva degli anni Cinquanta, seducente e provocante. E quando lentamente scende alla sua fermata, lo fa ancora con la classe e la leggerezza dei bei tempi andati. Però, una volta tanto, mi piacerebbe sapere dove va, con chi va, anche se sono sicuro che l’aspetti solo la tristezza della sua stanza oscura al pianterreno di un vecchio condominio di città.
Chissà invece quel tizio laggiù, in fondo a destra, che cosa ha nella testa.
Sicuramente non il cervello, materia grigia sprecata in un cranio come quello, ma certamente tanta idiozia. Rasato fino al midollo, con un giubbotto nero addosso e una sfilza di piercing dappertutto, nelle orecchie porta due cuffiette bianche che gli fanno sbattere violentemente la testa contro il sedile posteriore, al ritmo di non so quale demoniaca melodia che gli frulla nei timpani, spappolandogli il cervello. Ah, scusate. Il cervello non ce l’ha, quindi probabilmente le note e il fracasso gli rimbomberanno tra le pareti senza trovare via d’uscita. Ecco perché è ridotto così. Un po’ mi fa pena. Lavora in una paninoteca, cosa certa perché anche lui puzza di olio fritto e di carne marcia, guadagna poco e quello che guadagna se lo spende tutto a sigarette, alcool e musica rock. A casa la mamma lo ammazza di bastonate e gli sequestra l’I – POD, ma lui combatte e come un vero uomo sopporta le mazzate, ma non le permette di togliergli l’I – POD. Un individuo sano e senza materia grigia, un connubio esplosivo ed entusiasmante per le nuove generazioni. E mentre sono qui a raccontare la storia della sua vita, lo vedo scalciare come un cavallo verso i sedili anteriori e muovere la testa freneticamente dal basso verso l’alto, come un epilettico in piena crisi. Magari lo fosse, così forse avrebbe un motivo per essere compreso. E invece no, non è malato ed è considerato una persona normale. Ingiustizie di questo mondo. Quando scende canticchiando e ballando inciampa tutte le volte sul primo gradino e tutte le volte si volta verso di me e mi rivolge lo stesso sorriso ebete stampato sulle labbra, soddisfatto e orgoglioso di essere tanto intelligente. La tristezza mi stringe il cuore e gli rispondo con lo stesso sorriso idiota, provando pena per lui e soprattutto per i suoi genitori che quel giorno maledetto, invece di scopare, potevano guardarsi in santa pace un bel film in televisione evitando, all’umanità, tanta sofferenza e, a loro, tanta vergogna.
Poi riprendo a guidare e sono avvolto dal silenzio dell’uomo distinto dai capelli grigi seduto dietro di me. Legge sempre un quotidiano, respira lentamente, schiocca ogni tanto la lingua quando cambia pagina e scuote la testa in senso di diniego ogni volta che non è d’accordo con qualcosa. A volte sbraita contro il giornalista, contro il mondo, contro i politici e il governo, dicendo sempre le stesse cose e non cambiando mai idea. Forse sarà dovuto alla sua senilità precoce o semplicemente dal suo non sopportare le ingiustizie. E invece no, è dovuto solamente al fatto che legge lo stesso giornale da almeno una ventina di giorni senza accorgersene, cercando risposte alle stesse domande a cui nessuno ha mai voglia di rispondere. Forse è malato. Sì, è malato perché non si ricorda un fico secco di quello che ha fatto il giorno prima, ma si ricorda perfettamente che venti giorni prima avevo una cravatta rossa sporca di inchiostro nero. Forse Alzheimer, forse arteriosclerosi, forse solo vecchiaia. Fatto sta che prima di scendere mi guarda sorridendo e mi batte una mano sulla spalla dicendomi che sono un ragazzo pulito ed elegante e che la mia cravatta non ha più quella stramaledetta macchia di prima. E poi c’è lei.
Seduta in fondo, sola, silenziosa. Con le gambe unite sotto la gonna grigia che inutilmente tenta di allungare con le mani sottili e affusolate. Con i capelli rossi soffici e morbidi che le ricadono sulle spalle e con quegli occhi azzurri che vagano distrattamente per il mezzo per cercare una via d’uscita da me. Una via d’uscita che non c’è perché quando rimaniamo soli, io e lei, non riesco a staccarle gli  occhi di dosso. Lo specchietto retrovisore diventa il mio occhio su di lei. Ce l’ho proprio seduta di fronte ed anche se siamo lontani riesco a percepire il suo desiderio di avvicinarsi a me, di parlarmi, magari di dirmi che è innamorata pazzamente fin dalla prima volta che ha messo piede sull’autobus. So che è così, lo capisco dal modo in cui mi guarda quando fingo di distogliere lo sguardo da lei e lo capisco dal modo in cui china il capo e abbassa gli occhi a terra ogni volta che sfrontatamente la fisso dentro quello stesso specchietto che tutte le sere mi restituisce la gioia di voler fare questo mestiere. In quel momento, quando la penetro negli occhi, dimentico tutto quello che è stato, tutto quello che è successo durante il giorno e soprattutto dimentico chi sono. Non esistono più l’operaio incazzato né la vecchietta ingrifata e neanche il vecchio rincoglionito o il ragazzino psicopatico del rock. Esistiamo solo io e lei, due anime sole, perdute, racchiuse nel loro mondo e capaci di essere sé stessi solo durante quegli ultimi dieci minuti di tragitto che ci separano dal capolinea. So con certezza che mi vuole almeno quanto io voglio lei. Ha l’aria da brava ragazza ma sono sicuro che se solo osassi toccarla si trasformerebbe in una dea mangiatrice di uomini, una ninfomane insaziabile, una violenta strega dalle unghie colorate pronta a succhiarmi l’anima e farla sua per l’eternità. Quando c’è lei perdo la cognizione del tempo, la realtà non è sempre la stessa, ma non perdo quel dono che ho ereditato da mio padre, autista di autobus anche lui. Quel dono che mi permette di leggere nel profondo del suo cuore, di scavare nelle viscere del suo cervello, di captare telepaticamente quello che vuole e quando lo vuole. E dal modo in cui ora mi sta guardando capisco che mi vuole subito e so perfettamente che cosa ha in mente.
Meccanicamente spingo il pedale del freno e le porte si aprono. Sento i suoi passi lenti e incerti, il suo respiro affannoso, il suo profumo inebriante farsi sempre più forte e quando scende le scale, sussurrandomi un saluto a malapena percepibile, sento un fremito scorrermi lungo la schiena. Voltati, voltati, voltati, le urlo nella mia testa, per far cadere quelle ultime barriere che ci dividono, per liberarci delle nostre paure, per fare finalmente quello che desideriamo fare da più di quaranta corse. E lei, come se mi avesse letto nel pensiero, si volta.
Mi guarda con degli occhi che mai avevo visto prima e si avvicina a me, risalendo lentamente i tre gradini che ci dividono. Sento le mie vene pulsare freneticamente, i miei battiti accelerare, la mia fronte imperlarsi di sudore freddo, le mie parti basse cuocere a fuoco lento, il mio respiro farsi irregolare, la mia cravatta soffocarmi. E quando si siede sopra di me, chiudo gli occhi e prego che quel momento duri in eterno. Non me ne frega niente se qualcuno ci vede, è tardi e al capolinea non passa mai nessuno a quell’ora. Ed anche se passasse un intero reggimento militare me ne fregherei perché davanti a me vedo soltanto gli occhi marini e capelli di fuoco di quella donna che ho desiderato irrefrenabilmente per tutti quei giorni. Ha il mio stesso desiderio dipinto sul volto, la mia stessa voglia di fare sesso, il mio stesso ardore nella stretta delle sue gambe attorno alla mia vita.
Lo sapevo che mi voleva, l’ho sempre saputo, non mi ero sbagliato, ero sicuro che mi desiderava follemente. La brava ragazza era diventata quella donna assatanata che avevo previsto nei miei pensieri e che avevo immaginato nelle mie fantasie. Anche stavolta potevo dire di aver fatto centro. Ansimava ancora ma non si decideva a fare niente e allora presi io l’iniziativa. La baciai a lungo e la fissai per un minuto che mi sembrò interminabile. E allora, soltanto allora, qualcosa fece. Fu un attimo, una frazione di secondo, non ci capii assolutamente nulla.
Solo quando si rialzò, mi fissò e mi sorrise malignamente ed io non capivo perché. Ma dopo poco mi accorsi di quella macchia di sangue sulla mia camicia, all’altezza del fegato e sentii un dolore lancinante farsi strada tra le mie viscere. Cercai di dire qualcosa, ma non ci riuscii. Mi limitai a guardare la pugnalata che mi aveva dato e poi a cercare nei suoi occhi una spiegazione a quello che mi aveva appena fatto. Il mio dono non aveva funzionato, stavolta, e fu solo allora che forse capii di non possederlo affatto. Forse quel ragazzino rincoglionito era più normale del solito, quella vecchia signora era una dolce nonnina indifesa, quell’operaio puzzolente era il capo di un’azienda importante, quel signore senza memoria un povero attore in cerca di conferme. E  lei? Chi era allora lei? Una ragazza assetata di sangue che per sentirsi viva doveva uccidere qualcuno che magari rientrava nei suoi parametri di scelta. Qualcuno che considerava talmente inutile per sentirsi lei stessa, a sua volta, meno inutile. E quel qualcuno ero proprio io.
Quando sentii il mio respiro affannarsi continuai a fissarla negli occhi azzurri senza fare a meno di staccarmi da quella persona che per la prima volta aveva preso il mio dono e l’aveva buttato nel cesso. Quando cercai di dirle un’ultima parola, mi precedette avvicinandosi con la lama del pugnale alla mia gola, sorridendo compiaciuta.
Sì, bello … Capolinea.