Grace di Monaco


locandina graceA
come agiografico, perché celebra la vita di Grace Kelly canonizzandola senza bisogno di passare per San Pietro e sedicenti miracoli annessi.
B come biopic: le autobiografie dei personaggi realmente esistiti sono sempre pericolose per coloro che le portano sul grande schermo. Qui c’è enfasi e retorica, ma almeno si evita il mélo.
C come costumi sfarzosi degni di un’opera regale: la protagonista ne sfoggia un numero impressionante, mise colorate, eleganti, fantasiose, affascinanti.
D come il divismo della Kelly che rivive oggi in quello della Kidman: una star del cinema che interpreta una principessa che a sua volta è stata una star del cinema. Due icone che si rincorrono.
E come empatia, lo stato d’animo che si vorrebbe suscitare tra le vicende private e controverse del personaggio principale e lo spettatore in sala: operazione che non sempre riesce appieno.
F come Festival di Cannes, che ha accolto piuttosto freddamente il film, anche a causa delle polemiche generate dalla famiglia reale di Monaco che lo ha disconosciuto totalmente.
G come glamour, quello che grondava da ogni inquadratura cinematografica della divina Grace, e che la pellicola cerca ovviamente di riprodurre con esiti positivi.
H come Hitchcock, dipinto qui come il diavolo tentatore che vuole strappare una principessa al suo regno per riportarla in scena. Impresa fallita, ma caratterizzazione riuscita del “maestro del brivido”.
I come intrighi di corte, intorno ai quali ruota una parte della sceneggiatura, che romanza di più alcune scelte politico-diplomatiche invece che la storia d’amore tra i due regnanti.
L come libero arbitrio, quello a cui deve far ricorso la protagonista, stretta tra le sue ambizioni artistiche e i propri doveri di moglie, madre e principessa.
M come Mito imperituro, quello che Grace Kelly incarna ancora oggi, a 32 anni dalla morte.
N come noblesse oblige, riferito al corpus di obblighi nobiliari e di bon ton a cui le neo-sovrana doveva sottostare (le era impedito persino di piegarsi per raccogliere un oggetto caduto in terra).
O come Olivier Dahan, il regista francese già abile nel far rivivere la leggenda di Édith Piaf con l’apprezzato La vie en rose, che nel 2008 valse l’Oscar a Marion Cotillard.
P come principesca recitazione di Nicole Kidman in ogni sua espressione e posa. Scelta criticata per questioni anagrafiche (una 46enne che interpreta una 33enne): ma questa è la magia di Hollywood!
Q come quanto tempo ci ha messo il cinema americano a trasporre in immagini la vita fiabesca di Grace Kelly? Troppo probabilmente. Al di là dei gusti e dei giudizi c’era bisogno di questo film.
R come Ray, ovvero Ranieri III di Monaco, dipinto come un sovrano imbelle e indeciso, re-inventato piuttosto liberamente dal sempre ottimo Tim Roth.
S
come set naturale migliore offerto da alcuni scorci del Principato di Monaco non poteva esserci; alcune sequenze d’interni invece sono state girate nel Palazzo Reale di Genova.
T come Tippi Hedren, l’attrice voluta da Hitchcock per recitare da protagonista in Marnie dopo il “gran rifiuto” della Kelly. La futura mamma di Melanie Griffith se la cavò, ma forse Grace…
U come umiltà, l’ingrediente fondamentale che – secondo Dahan – permise alla famosa attrice di farsi apprezzare dai suoi sudditi mettendo in scena nella quotidianità la sua migliore performance.
V come verosimiglianza tra la realtà dei fatti storici e l’ideale romanzato dagli autori: è un dilemma dal quale non se ne esce. Meglio limitarsi all’“intrattenimento impegnato” che la pellicola offre.
Z come zarina di un regno minuscolo: è lo stesso Ranieri/Roth a ricordare con un aneddoto come gli estremi si tocchino nel parallelismo grande Russia degli Zar e piccolo Principato monegasco.
di Giustino Penna

 

 

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